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RECENSITI X VOI:
IL
DIVO
KING OF THE RING 3
THE
BOONDOCKS
METHOD MAN LIVE
ALLEN IVERSON PEEPING TOM
IL ROFUMO CINEMA & FUMETTO
IL
CUSTODE
SILENT HILL
GLORYROAD
TERKEL IN TROUBLE
JAY DILLA
MURCOF
V FOR VENDETTA
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Il Divo - regia di Paolo Sorrentino - 2008 |
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Il
divo è la rinascita del cinema italiano che ritrova finalmente se
stesso nell'argomento apparentemente più semplice e quotidiano, in
quelle contraddizioni che esistono da sempre: quelle della politica
e dei suoi personaggi grotteschi.
Una vera perla
nella cinematografia degli ultimi 20 anni. Analizza un periodo
storico buissimo della storia d'Italia che ha gettato le basi per la
situazione disastrosa attuale. Incentra ogni scena sulla vita di
Andreotti, il male incarnato, colui che persegue il Male per
arrivare ad un bene, da lui definito superiore, quasi divino.
Un personaggio
talmente caricaturale e grottesco da non sembrare reale, nemmeno
alla moglie che ha deciso di sposarlo mentre con lui visitava un
cimitero (!). A volte sembra di avere a che fari con un personaggio
del Bagaglino e questo rende il tutto ancora più tristemente allegro
il quadretto.
Tutto surreale,
eppure il film non fa altro che portare in scena la commedia
splatter della politica Italiana e della rovina che ha portato tra
clientelismo, paternalismo e implicazioni mafiose.
Alla fine del film:
disgusto per il nostro paese ma felicità per aver trovato in Paolo
Sorrentino (illuminato regista della pellicola), una nuova luce nel
nostro cinema: tutto, dalla colonna sonora giustapposta, alle
austere location, alla caratterizzazione dei personaggi, alle
trovate grafiche, di regia e di montaggio, è impeccabile.
Straconsigliato.
Psycho
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King of The Ring 3: e il capannone prende
fuoco! |
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Sono i primi di aprile quando ricevo una chiamata dalla redazione di
moodmagazine. All'altro capo del telefono Zethone, colui che grazie
alla sua instancabile vena organizzativa ha prima dato vita alla
rivista on-line (www.moodmagazine.org)
e poi a quello che è diventato uno dei contest di freestyle più
apprezzati della penisola, sia per il livello degli artisti che vi
si esibiscono, sia per la macchina organizzativa che c'è dietro che,
lo posso testimoniare, anche in questa edizione non ha lasciato
nulla al caso.
E'
così che, in qualità di membro della redazione di moodmagazine
rispondo alla chiamata e mi ritrovo il 28 aprile scorso, a far parte
della giuria che dovrà decretare il vincitore finale del King of The
Ring 3. E non potrei essere stato più felice del compito assegnatomi
visto il livello della competizione!
Gli mc pronti a sfidarsi sono
accorsi da tutta Italia ma a farla da padrone sono state
sicuramente la scena Veneta e quella Trentina che hanno messo in
campo i migliori mcs in fatto di freestyle e abilità nel saper
coinvolgere il pubblico.
Sono partiti in 34 (!)
affrontando una dura selezione che già al primo turno ne avrebbe
ridotto il numero a 24. Subito massimo impegno dunque e spazio alla
creatività nello sviscerare temi tra i più disparati: dalla Franzoni
a Vallettopoli, dal calcio alla mazurka passando per i cartoni
animati e lo Zecchino d'oro. Inutile dire che anche nella selezione
dei temi in giuria ci siamo divertiti tantissimo!
Alla fase finale sono arrivati
in 3: Ares, Dank e Kadenaz ma il pubblico (400
persone comode) non ne ha voluto sapere di una finale a 3,
decretando la scelta di ripescare un altro mc (Endi) per allungare
il tutto di un turno ed arrivare ad una classica finale a 2.
Ares e Dank quindi, veterani di mille battaglie sui palchi, si sono
ritrovati contro in una finale che ha regalato ai presenti emozioni
indiscutibili: 6 minuti di battle, di botta e risposta libera, il
tutto ad un livello francamente altissimo e senza mai cadere nel
banale o nel volgare attacco gratuito. Poteva vincere chiunque a
quel punto ma Dank ha dato quel qualcosa in più chiudendo più turni
ed alla fine si è portato a casa il ricco bottino messo in palio da
PellePelle. Alcune rime della finale potete sentirle
direttamente dai video della serata, realizzati da Max Producer e
disponibili nella sezione
foto su questo stesso sito. Dateci un occhio
perchè ne vale veramente la pena e soprattutto vi verrà voglia di
esserci al prossimo King of The Ring (tra sei mesi).
Al di là di tutto comunque, la
prova che l'underground è vivo, si muove, si unisce e da vita a
serate ineguagliabili come questa. Grazie agli organizzatori, allo
sponsor ufficiale PellePelle, agli altri membri della giuria, a
DeepEmilia a Tiziano di Hiphoponstage.org e a colui che si è
immolato per la causa della battle: Ugoka (chi c'era sa a cosa mi
riferisco!).
A farci dimenticare questa
serata potrà esserci solo un altro evento...il King of the Ring 4!
Psycho
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The Boondocks: it's a black thing! |
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Va
in onda da qualche tempo su MTV al lunedì sera attorno alle 23.00,
un cartone molto particolare e che getta luce in modo semplice e
diretto, caricaturale come può essere la rappresentazione del mondo
vista attraverso la lente dei cartoons, sulla quotidianità degli
afroamericani. Una sceneggiatura brillante, supportata da una
colonna sonora sempre intrigante e a volte colta, accompagna le
gesta di 2 orfani afroamericani appunto e delle persone che attorno
a loro ruotano, in una cittadina immaginaria di provincia come ce
ne sono molte al di là ed al di qua dell'oceano. I personaggi
personalmente mi fanno impazzire. Rappresentano in pratica le varie
sfaccettature dell'america nera di oggi: il nero consapevole delle
proprie origini e in lotta per i propri diritti che attinge al
bagaglio culturale di Malcom X, il fratellino, figlio della
generazione hip hop del 2000 con i propri ideali leggermente
distorti e fraintesi, il nonno estremista in perenne lotta contro i
vicini bianchi, ed infine lo zio pentito di essere nero: chiaro
riferimento agli "Zii Tom" inchinatisi davanti alle regole imposte
dall'uomo bianco e per cui il sopradetto Malcom aveva una
particolare avversione (giustamente aggiungo io).
I temi trattati nei vari
episodi sono sempre molto brillanti ed affrontati dal
punto di vista di tutti i vari personaggi anche se il protagonista
rimane comunque il ragazzino Huley (con bulbo enorme): sempre
riflessivo e profetico sui fatti di cronaca che coinvolgono gli
afroamericani. Si va dalla politica estera del governo Bush, al
codice di comportamento svilente degli attuali rapper (idolatrati
dal fratellino di Huley), alle riflessioni sul degrado in cui
versano alcuni sobborghi americani ecc. Ed il tutto è affrontato
dagli autori in modo molto deciso, sfrontato ed intelligente.
Forse
non tutti sanno che il cartone in realtà è tratto da un fumetto
underground che va avanti ormai da qualche anno in america (il primo
numero è del 1999) . Scritto e disegnato da Aaron McGruder, ha
riscosso da subito molto successo tra le minoranze americane anche
perchè affronta, come il cartone, le tematiche di attualità di
cui prima. In Italia attualmente sono reperibili nelle fumetterie, 2
volumi contenenti diverse storie dei Boondocks editi nel loro
formato originale (che si sviluppa in orrizontale trattandosi di
"strisce").
Un gran bel cartone, originale
e che finalmente da spazio anche agli afroamericani, da sempre
bistrattati in questo genere. Pensate un attimo a quanti neri
appaiono nei cartoni animati, anche in quelli più brillanti e
moderni...si contano sulle dita di una mano e sono spesso presi in
giro o liquidati come rapper senza cervello. Come se fossero tutti
così. Finalmente un cartone che rende giustizia anche a loro.
Consigliato!
Psycho
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METHOD MAN
From Brooklyn to Bologna: live
at Link 24/03/07
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Sono quelle cose
che ti fanno riconciliare con la Hip Hop e, a ben vedere con il
mondo intero. Quei lampi di gioia assoluta, di imperturbabilità
massima e compiaciuta. Sono serate in cui ti riscopri vivo, magari
dopo periodi piatti, fatti di problematiche da risolvere o
semplicemente pensieri che ti deviano dalle tue vere passioni,
quelle in cui purtroppo non vivi, non per la maggior parte del tempo
almeno. Sono episodi, piccoli attimi che devi essere pronto a vivere
in modo…semplice, ma viscerale.
Un concerto di
Method non può che rientrare in questa categoria di attimi speciali,
probabilmente anche per quelli non fanatici di questo tipo di sound
ma “semplicemente” appassionati alla buona musica in genere (visti
con i miei occhi, no Mars?). Non tutti i rapper riescono ad avere
una carica così esplosiva nei live, e non tutti riescono a
trasportarti in un mondo parallelo a quello sul quale di solito
vivi, dove sei solo circondato di musica e da gente in adorazione
per un certo tipo di suono. Oltretutto persone con cui condividi
tutto…persino i lividi del giorno dopo, il sudore grondante in
quegli attimi di delirio…pure qualche sostanza dalla dubbia
provenienza se tra una traccia e l’altra si possiede lo stretto
necessario per “andarsene” definitivamente in un altro mondo.

No, non accade
sempre, ma quando c’è Method nella city, la gente non capisce più
nulla…si fa trasportare, esce dalle proprie grotte, taverne, strade
e si riversa in un unico grosso capannone nel quale si sta per
compire la serata delle serate, almeno fino alla prossima magia,
quella in grado di farti sentire vivo come durante uno show di un
membro dei Wu-Tang (a proposito prevista per l’estate la reunion con
disco nuovo annesso. Serata perfetta dunque quella del Link
strabordante di b-boy (circa 2000) e soprattutto di passione.
Non poteva essere
altrimenti d’altra parte: Johnny Blaze carico come una molla con al
fianco il fido scudiero Streetlife e un impeccabile Dj Mathematics,
ha sciorinato tutto il repertorio migliore: da Bring da Pain
a Judgement Day passando per Da Rockwilder (pure la
strofa di Redman…che sarà in concerto sempre qui a maggio!) e
classici wu-tang come CREAM, Wu-Tang Clan Ain’t nothing to fuck
with e METHODMAN. Pure l’ultimo disco 4:21, è stato ben
rappresentato con 6/7 pezzi interpretati in modo impeccabile, tra i
quali una Problems che ha fatto ribaltare il locale e la
riflessiva Say con Lauryn Hill ovviamente in sottofondo (a
proposito ma verrà mai in Italia?). Tutto davvero perfetto…e per
quella questione del cuore che si stringe in questi momenti di rara
pace dei sensi (a parte quando Method ti vola in faccia in uno dei
suoi stage diving con capriola annessa)…è arrivato anche il momento
della celebrazione di ODB..3 tracce che
praticamente ha cantato solo il pubblico offrendo a Meth di che
gioire ed inorgoglire. Tutti quegli accendini accesi poi…brividi
davvero. Concerto da 10 e lode quindi, organizzazione del
pre-concerto compresa, anche se si potrebbe forse evitare di
obbligare la gente a farsi ogni volta quella benedetta tessera link
e la non brillantissima decisione di portare Malaisa sul palco…2
tracce (di più probabilmente è impossibile e controproducente
chiedere…) di livello infimo per flow e contenuti…spazzatura pura,
solo questo. Solito applauso anche per Ciccio Shocca, Frank
Siciliano e Mistaman, immancabili, colti apripista in queste serate
“d’autore” (un po’ meno immancabile Que Pechegno dei Club Dogo).
Che altro
aggiungere? Un ringraziamento agli organizzatori della serata:
HipHop 3000 e Propop che sta volta hanno curato pure la qualità e la
disposizione dell’impianto audio in maniera impeccabile a differenza
della prima di Method in Italia sempre al link (2005). Dopo EPMD e
questo secondo episodio di Mic Masters attendiamo il 3° appuntamento
con Redman, socio in affari del Ticallion Stallion. Anche se dubito
ci proporrà una prestazione come la CAMMINATA SUL PUBBLICO sfoderata
da Method…ehehe (vedi foto)!
Psycho
Allen Iverson
Per sempre Philadelphia
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Ho visto la passione impersonificarsi in un simulacro fisico. Ho
visto lo stesso fisico minuto, ma fortissimo volare tra mille
ostacoli e superarli tutti. Uno dopo l'altro. Ho visto un uomo prima
che un giocatore, non cadere mai. Anzi cadere continuamente per
rialzarsi più forte. Ho visto occhi di tigre. Ho visto orgoglio,
rispetto per se e per il gioco. Ho visto un guerriero e l'ho visto
per 10 anni lottare in una città che lo rappresentava. Ho visto uomo
e città (immenso gruppi di individui) incarnare gli stessi
valori sportivi e umani. Ho visto queste 2 entità completarsi,
compenetrarsi a vicenda, con rispetto e profonda ammirazione
reciproca. "Ho visto
cose che voi umani..."
Ho
visto giocare 10 anni Allen Iverson a Philadelphia. E su di me ha
avuto l'effetto paragonabile solo a quello provocato dal 23 in rosso
di Chicago, contestualmente alla mia scoperta del Gioco stesso.
Deflagrante. Allen è
stato ed è, molto di più di un giocatore di basket, un "semplice"
idolo o un'icona (parole ormai svuotate del vero senso originario).
E' l'incarnazione stessa dello spirito del Basket, di quello del
sacrificio, del rispetto per gli avversari, per il gioco. E' jazz, è
funky, è hiphop, è evoluzione, è un modo d'essere.
Tutto questo
rappresenta The Answer per me e per migliaia se non milioni di altre
persone al mondo e non credo di esagerare. Ed il tutto, questo amore
per un giocatore che ti rappresenta a livello valoriale/culturale,
questa bellissima storia, è stata contestualizzata in una città che
seppur non conoscendo per esserci stato personalmente, sento e so
essere l'unico luogo possibile dove tutto ciò poteva verificarsi. Un
contorno attivo, lontano dalla spietatezza e l'incantevole morbosità
di New York, distante dai lustrini e dall'attitudine mercenaria di
Los Angeles, ancora più distante dalla passione monomaniacale
dell'Indiana per il basket.
Philadelphia.
L'unica città possibile, o le cose sarebbero state differenti. La
città dei Roots, di Dj Jazzy Jeff e Fresh Prince, di Rocky (per
assurdo) di Mumia Abu Jamal, del movimento nero per i diritti civili
Move, di Julius Erving e molto altro in ogni campo artistico. Solo
lì poteva prendere vita la leggenda di Allen Iverson, uno che il
gioco l'ha rivoluzionato a livello concettuale e culturale. Come
fecero Michael, Magic, Bird, Earl Monroe, Wilt, Pitt Maravich e
Julius prima di lui.
Ora la leggenda di Iverson è, grazie a dio, ancora per qualche anno
in divenire. Ma la location è cambiata e con lei una costellazione
di simboli legati ad Iverson e in maniera dicotomica a Phila.
Per chi non riesce ad andare oltre, l'aspetto primo del cambiamento
è quello della nuova maglia...senza valori, vuota, in costruzione
certo anche grazie ad Iverson. Ma senza Storia (con la S maiuscola
appunto). Come l'Uomo Ragno senza Mary Jane, come il te senza i
biscotti, come Malone senza Utah e viceversa. Ed è proprio a Malone
che penso in questo caso di trasferimento di Iverson a Denver. 18
anni con la maglia dei Jazz lottando e costruendone la leggenda. Non
vincendo mai il titolo. Poi la decisione estrema...passare ai Lakers
pieni di stelle luminose per agguantare finalmente la vittoria
finale prima del riposo del leone. Non c'è riuscito, e dubito che il
destino di Ive possa discostarsi molto da quello del "Postino" anche
se gli auguro di vincere titoli ogni anno da qui all'eternità.
Quello
che mi chiedo però è a questo punto...un titolo per Ive e per i suoi
tifosi, ma per Ive soprattutto, avrà lo stesso sapore? Se Malone
avesse vinto quel titolo in quell'unica stagione passata ai Lakers
dopo infinite battaglie per i suoi Jazz, avrebbe avuto lo stesso
sapore? NO. Punto e basta. L'impresa vera era quella di portare Utah
e Philadelphia al tiolo. Non Denver, non i Lakers. Si tratta sempre
di sfide interessanti, ma non de L'impresa sognata e agognata per
anni. Per questo
credo che anche un eventuale successo per Ive, non potrà mai essere
IL Successo definitivo, quello che sognava, che noi tutti sognavamo
per lui. Perchè certi sogni nascono in determinate situazioni e da
un sognare collettivo e questo li rende più belli. Comunque vada
quindi, rimarrà un rammarico per noi tifosi, per lui giocatore.
Quello di non avercela fatta a vincere totalmente o cadere
totalmente, alla fine, con la propria squadra, la propria città.
Essersi arreso prima alla sete di gloria. O alla disperazione
(sportiva ovviamente). Per quanto la decisione sia stata sofferta.
Ma sono forse solo
deliri di uno che ama le bandiere sportive, gli eroi
anche e soprattutto quando cadono e si rendono mortali, e certamente
ad Iverson tutto questo non interesserebbe al confronto della voglia
di portarsi a casa un titolo nba. Ma sono sicuro che in fondo, quel
pizzico di rammarico per non avercela fatta (non da solo ma con
Phila, solo non lo è mai stato!), sotto sotto gli resterà per
sempre.
Intanto godiamocelo
nei suoi ultimi anni di carriera, battere qualsiasi legge logica e
fisica tra tanti giganti Golia con la caparbietà di un novello
Davide. Rimane comunque uno spettacolo da narrare alle future
generazioni.
Psychopatetich |
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Mike Patton and the Peeping Tom
Live at Estragon, Bologna
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Non
è facile descrivere un concerto, figuriamoci poi se sul palco ci
troviamo Mike Patton!!!
Sappiamo tutti che Mike è un grande performer e un immenso
trasformista, lo si nota nella sua musica, nelle sue collaborazioni
e progetti, nella sua faccia, quindi recandomi all’estragon non
potevo fare altro che chiedermi…. Che cazzo mi aspetterà questa
volta?Un bel dilemma, visto e considerato che si portano dal vivo i
Peeping Tom (ehhh??), cioè mike patton più il mondo e all’attivo un
album di 40 minuti scarsi, cosa si inventerà il buon vecchio per
reggere uno show????
Beh non resta che attendere e provare a
sbirciare sul palco se possiamo trovare degli indizi, che cmq
resteranno poca cosa rispetto a cosa si sta scatenando… Mentre si è
fuori per una sigaretta il locale comincia a tremare, frequenze
bassissime si odono chiare all’esterno, entriamo e ci troviamo di
fronte ad uno spaventoso trio (non per estetica ma per bravura), che
sorretti da un polipoide batterista carico di groove, dispensavano
un eclettico DUB stravolgendolo con ritmi e sonorità lontanissime
dal genere.
Il loro set, composto da esecuzioni strumentali, va avanti per una
40ina di estrema intensità che scaldano non poco il pubblico in
attesa dell’”evento”!!! Un plauso quindi ai Dub Trio (presenti anche
nel progetto Peeping Tom, e un plauso a Mike che riesce sempre a
circondarsi di musicisti straordinari.
Ma ecco che si sta
avvicinando il grande momento, dopo brevi assestamenti del palco
noto che mike sembra privo della sua postazione tastierosa che di
solito lo accompagna, e questo potrebbe essere un buon presagio
anche perché c’è una postazione gigante per dj altri due microfoni a
lato e un violino. Non posso fare a meno di chiedermi cosa si sia
inventato stavolta quando calano le luci inversamente proporzionale
alla tensione ed allo stupore quando sul palco vedo apparire in
rapida successione: Dub trio, Dan the Automator, un tastierista
dall’aria da nerd, Imani Coppola, Mike Patton e RAHZEL…. Lo
sbalordimento è quasi al livello dello stropicciamento
oculare perché mai e poi mai speravo nella presenza di tali artisti
on stage. Mi accorgo subito di essere di fronte ad un Patton
completamente nuovo, abbandonate le vesti dell’ introspettivo
skizzoide che saltava da una parte del palco quasi non curandosi del
pubblico, lo troviamo oggi nei panni del “divo”, completino elegante
sguardo sorridente, voce da paura (quella non manca mai) e un
estrema loquacità che lo farà interagire con il pubblico in un
impeccabile ed esilarante italiano. Da annotare alcune chicche quali
“lo so che qui la cucina è pesante con tutta quella panna e i
piselli quindi adesso ci facciamo un sonnellino” o “posso offrirvi
una piadina sui viali” per non parlare di quando presenta gli
artisti che lo appoggiano “Ragazzi un applauso per Rahzel o meglio
come si direbbe da queste parti ROSARIOOOO” e Dan the Automator
ribattezzato Dante.
Subito cominciano a scorrere le canzoni dell’album tutte eseguite
impeccabilmente nonostante dei problemi che Mikey sembra avere sul
palco, continua infatti a rivolgersi al fonico (provando a tradurre
il labbiale “non si sente un cazzo”) cercando di aggiustare i
volumi. Anche questo avviene con classe, infatti pochi sembrano
accorgersene, considerando che appena si rivolge alla platea è
pervaso da un immenso gioioso sorriso e massimo trasporto
nell’interpretazione dei brani. Insomma tutto sotto controllo.
Dopo
un paio di tracce, tra cui il singolo mojo, si lascia il palco a
rahzel. Ebbene si eccolo li su da solo che comincia a scatena
l’intera orchestra che è in lui, inizia con piccoli accenni di cassa
che fanno letteralmente crollare il locale per la potenza, veramente
incredibile (Taddo mi riferisce che dall’ultima che l’aveva visto
non c’è paragone), forse merito do fonico o impianto fatto sta che
si sente vibrare tutto nel petto non so se mi spiego, seguono subito
dei beat portentosi a cui aggiunge giocando linee di basso e
“versetti” incredibili. Il pubblico è esterrefatto nessuno crede che
ciò sia possibile, ma siamo solo all’inizio… Rosario riavvolge un
ipotetico disco e riparte con un beat ostinato, preciso assurdo
finchè si sommano piccoli rumori un basso quasi sintetico e un
“yeah” che spunta chissà dove e che si ripete… ma cazzo un
attimo!!!! “I bring ‘em sexy back” noooo siamo catapultati in un
esecuzione praticamente completa di sexy back del buon vecchio
Justin, ogni singolo frame della canzone viene riprodotto da una
sola bocca. Vi lascio immaginare tra le file del pubblico gli
sguardi che no aspettano altro che esplodere quando dalle casse
attacca “Seven Nation Army” pooo po po po po poooo per intenderci.
Tornano tutti sul
palco e tutti i brani del disco vengono passati in rassegna
intervallati da un “encore” in cui stavolta è Dan il solista che ci
delizia con degli scratch estremamente ricercati e una cover (se
così si può dire visto che…) dei Mr. Bungle (ennesimo gruppo di
Patton) interpretata dalla suadente e sensuale Imani Coppola
vocalist e violinista di stupefacente bravura.
Dopo un quasi due ore i Peeping Tom (bis compreso visto che hanno
provato a ) ciJfuggire
ma noi gridando michele michele siamo riusciti a farli tornare
lasciano lasciandosi alle spalle una performance straordinaria con
un Patton sopra le righe e Rosario/Rahzel seconda primadonna (ihihi),
bello vedere l’intesa dei due e di tutto il gruppo sul palco e
veramente indescrivibile come si sia riuscito a trasportare live un
disco così complesso.
Tekem |
Il
Profumo (storia di un assassino)
Regia: Tom Tykwer- Produzione: Francia/Usa (2006)
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E'
uscito da poco nelle sale cinematografiche italiane, Il Profumo,
film tratto dall'omonimo best seller di Patrick Suskind datato 1985.
Peccato non se ne sia parlato molto, al contrario del libro, e che
stia passando abbastanza inosservato. D'altra parte è questa la
sorte che tocca spesso a prodotti di qualità in opposizione a quello
che accade con film notevolmente inferiori per storia e regia.
Il film, molto
fedele al libro tranne per alcuni ovvi adattamenti, narra la vita e
le vicissitudini di Jean-Baptiste Grenouille, un povero orfano
dotato fin dalla nascita di un olfatto incredibile, tanto da
sembrare un super-potere. Grenouille è ossessionato dagli odori, non
riesce a non sentirne, perfino dove sembrano non esserci, ed il suo
scopo nella sua vita solitaria ed incompresa, diventa quello di
riuscire a catturare ogni odore possibile. L'odore, il profumo delle
cose, ne rivela la loro essenza anzi è l'essenza stessa delle cose.
E' l'anima di un oggetto così come quella di una persona.
Ci sono tanti
oggetti di cui scoprire l'odore, tante persone da odorare per
carpirne l'anima. Ma come fare a conservare il profumo di una
persona per sempre? Come fare a ritrovare il profumo perfetto,
quello della donna uccisa per meglio apprezzarne il soave olezzo?
La ricerca monomaniacale del ragazzo diventa
estenuante, ossessiva. Egli si autodetermina e re-inventa
all'interno della sua stessa ricerca. Un novello Frankenstein in
cerca di umanità... ma a modo suo. Arriverà ad esplorare gli abissi
dell'animo umano, lo farà da bestia quale in fondo è, inebriato
dalla fame di profumo. Fino alla tragica consapevolezza: di non
avere un odore proprio e quindi, per i suoi canoni, di non esistere
agli occhi (al naso) degli altri. Proprio per questo la sua ricerca
si farà ancora più profonda ed i suoi metodi estremi...per far
sapere al mondo che anche lui esiste e se non può avere un odore
proprio...creerà un profumo che l'umanità non ha mai sentito prima.
Il film è davvero intenso, la trama è drammatica e la regia regge
benissimo il dramma e l'intensità profuse nel ruolo dall'attore
protagonista. Inquadrature estreme senza mai però essere pesanti o
fine a se stesse. Mi ha ricordato molto lo stile di regia di Jan
Pierre Jeunet (Il Favoloso mondo di Amelie, Telicatessen) con quel
taglio caricaturale su alcuni personaggi e situazioni. Di questa
rimembranza è complice ovviamente anche la voce narrante, la stessa,
dolce e incisiva allo stesso tempo ,del Favoloso mondo di Amelie.
Un film poetico,
profumato! Da guerrieri. Forse un po' esagerato nel finale, nel
tentativo di riprodurre la magia ineguagliabile del libro. Però
davvero un gran bel film. Menzione d'onore per un Dustin Hoffman in
forma smagliante nei panni di un vecchio e stanco profumiere
italiano. Voto 8. Da
vedere con chi dei film ne sa apprezzare le sfumature poetiche.
Psycho |
Cinema
& Fumetto - Mostra Espositiva - Mart di Rovereto (2006)
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Da
qualche anno si è risvegliato l’interesse nei media (quello degli
appassionati non è mai venuto meno) per il mezzo di comunicazione
popolare rappresentato dal fumetto. Molti i servizi sui periodici
più disparati, gli speciali televisivi e le mostre sorte su tutto il
territorio nazionale. In Italia il settore sta quindi conoscendo una
popolarità ed esposizione mediatica che non ha mai conosciuto in
precedenza. Merito in gran parte delle strategie di alcune case
editrici piuttosto di altre, ma anche e soprattutto della macchina
cinematografica di Hollywood che ha ridato vita sul grande schermo
ad una sempre maggiore schiera di personaggi provenienti dalle
pagine dei comics americani e non solo (Francesi per esempio con
Blueberry di Moebius e Immortal ad Vitam di Enki Bilal).
Ecco allora che con
il primo film dedicato all’anti-eroe misconosciuto marvelliano Blade,
ed il successo di pubblico conseguito, si sono susseguiti una folta
serie di film tratti da fumetti super-eroistici o meno (A History
of Violence) come Spider-Man, Constantine, X-men, V for
Vendetta, Sin City ecc. Il Mart di Rovereto notando la nuova
tendenza e convergenza dei 2 mezzi di comunicazione cinema e
fumetto, ha pensato di dedicare perciò una mostra al fenomeno
qui brevemente illustrato.
Il prezzo d’entrata
è estremamente popolare e competitivo: con 8 eurini è possibile
visitare il museo in ogni sua parte: dalla mostra del cinema e
fumetto, alle collezioni permanenti, passando per l’esposizione del
futurista Russolo. Il tutto all’interno di una cornice moderna (il
Mart) anche se a tratti spoglia (anche perché evidentemente ancora
priva di storia). L’esposizione di fumetti e memorabilia
cinematografica è ben organizzata all’interno di una vasta sala ben
allestita. Presenti in vetrinette di solito riservate ad antichi
fossili primordiali, simulacri di passione televisiva e fumettistica
come un mantello originale di Superman (dalla serie Superman e Loys
però!), un anello di Kryptonite dalla serie Smallville, numeri 1 di
varie serie più o meno dimenticate dal grande pubblico come Tin Tin,
The Phantom, Satanik, Kriminal, Diabolik. Abbastanza ricca la parte
dedicata ai Super-eroi anche se con poche sorprese, tra le quali da
segnalare un modellino a mezzo busto di Hulk utilizzato per la
produzione dell’omonimo film di Ang Lee. Colpiscono poi alcune
tavole originali di
indubbio valore: incantevoli le opere del maestro Magnus e quelle di
un inedito Alex Maleev alle prese con The Crow.Alla fine del (breve
per la verità) giro, una stanza dedicata alla visione dello speciale
di Studio Universal: “Cinema e fumetto”, impreziosisce l’esposizione
catturando abilmente il visitatore, grazie ad un maxischermo ed al
sorriso dell’immarcescibile Stan Lee che ci guida dalla carta
stampata alla pellicola e viceversa coadiuvato da illustri quali
Frank Miller e Tim Burton (suoi le prime 2 pellicole su Batman).
Nulla da eccepire
sulla buona volontà degli organizzatori nel reperire materiale
spesso introvabile o da archivi non facilmente accessibili, ma
qualcosa nell’esposizione lascia un po’ l’amaro in bocca. Mancano
infatti molti film/fumetti recenti ed estremamente interessanti
quali appunto Immortal, Constantine, V for Vendetta, Blueberry,
History of Violence, Spawn, Man-Thing, ma anche un
approfondimento maggiore su alcuni film storici per il genere come i
primi Batman, i primi film di Superman (anche se sull’uomo d’acciaio
è presente una corposa raccolta di materiale anche molto datato
riguardo le prime serie televisive) o ancora i B-movie su Nick Fury,
il Punitore o Capitan America. Troppe lacune quindi alla fine del
giro che non possono che far pensare ad una difficoltà sì nel
reperire il materiale, ma anche ad una scarsa attenzione nel fornire
qualcosa in più al visitatore di vecchi poster ingialliti e pagine
sbiadite. La mostra mi è piaciuta intendiamoci, ma una maggior
interattività tra i 2 mezzi fumetto e cinema e uno sforzo più
profondo nel colpire i visitatori con qualcosa di inedito o con una
completezza totale dell’argomento trattato, non avrebbe certo
guastato.
In
conclusione una mostra degna di essere vista dagli appassionati
fumettomani ma anche da coloro che vogliano approfondire una
conoscenza magari superficiale, dei personaggi incontrati al cinema
o per sbaglio su qualche canale televisivo. Peccato appunto per una
mancanza di voglia di stupire o informare più a fondo, o almeno
questo è quello che ho percepito dopo il mio attento e interessato
giro. Ben vengano comunque queste iniziative, in grado di dare
lustro al fumetto continentale e americano (ne ha sempre bisogno) e
di contribuire a dare dignità al mezzo ed ai personaggi di fantasia.
Voto: 7
Psycho
L'articolo è stato pubblicato anche sul sito di Panini
Comics: clicca su: http://www.paninicomics.it/WizOnLine.jsp?Action=Carica&Id=12633 |
Il
Custode - USA 2006
Regia di Tobe Hooper,
produzione: Eagle Pictures
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Il
periodo estivo si sa, per sua natura, non è molto congeniale al
cinema e quindi all’uscita di nuove pellicole nelle sale. C’è spazio
dunque per una distribuzione di film “minori” spesso a basso budget,
di vari generi, i cosiddetti B-Movie, che se proposti in altre
stagioni, sarebbero destinati a finire direttamente nel mercato
dell’home video, saltando un passaggio fondamentale per visibilità e
quindi incassi. Il film in questione, è uno di questi come dimostra
il budget bassissimo, il cast selezionato e la data di messa in
distribuzione.
Non sempre però capita di
scovare B-Movie di tale fattura e regia. Dietro la macchina da presa
infatti, niente-meno che Tobe Hooper, già regista di pellicole
fondamentali per il genere horror come “Non aprite quella porta”
(l’originale) e “Poltergeist”. Una garanzia di qualità e di horror
vecchio stampo quindi, con cliché consolidati e trame classiche. Ed
infatti la trama non promette nulla di innovativo: una famiglia si
trasferisce in una casa infestata da una strana presenza e andrà
incontro al proprio inevitabile destino senza poter più di tanto
cambiare il corso degli eventi.
I cliché del genere ci sono
proprio tutti, dal cimitero nel giardino di casa, al bambino/mostro
che si addolcisce davanti al viso di una bambina, alla super
biondina tettuta destinata alla magra fine che il suo ruolo chiama
ecc. C’è persino spazio per il torvo becchino misterioso, che tutto
sa e poco rivela.
Ma fin dalla prima scena le
cose non sembrano quadrare appieno…Insomma quale razza di famiglia
(la scelta degli attori è stata calzante: tutti sconosciuti e
bruttissimi) anche nel più classico e stereotipato degli horror, si
trasferirebbe in una specie di obitorio fatiscente con vista
cimitero e cappella mortuaria? Chi terrebbe nel salotto le bare
ripiene di cadaveri da imbalsamare (la madre di famiglia fa
l’imbalsamatrice) con la bambina che ci guarda dentro in tutta
tranquillità?
E ancora perché mai, ogni scena
sembra tremendamente accentuata nella sua irrealtà?
Siamo sicuramente di fronte ad
un capolavoro del genere TRASH-HORROR senza essercene resi conto. I
segnali ci sono, ma non si colgono fino a più di metà film. Ogni
scena è surreale, nel suo tentare di sembrare reale oltre al
credibile. Inoltre le scene horror ci sono e le atmosfere pure, ma
tutto sembra troppo finto. Ebbene tutto è studiato dal regista per
creare una parodia horrorifica nel rispetto del genere! Ogni stilema
classico viene tirato in ballo, ricreato e “sfottuto”. Geniale! Un
film trash davvero sui generis. Lo consiglio a tutti i cultori del
genere, mentre lo sconsiglio vivamente a tutti gli altri:
rischiereste di rimanere delusi. Sicuramente non tutti lo
apprezzeranno, ma è indubbio che si tratti di un film di culto per
come sa meta-analizzarsi. Le scene splatter non mancano, quelle da
sbellicarsi perché orrendamente grottesche nemmeno, il tutto fatto
con un gran stile. Per farvi un paragone, pensate alle scene
surreali dell’originale “Non aprite quella porta”, quando tutta la
famiglia schizoide è radunata attorno ad un tavolo per la cena con
le proprie vittime come commensali, e dei personaggi sullo sfondo
che non si sa cosa ci azzecchino in quel contesto. Insomma Hooper
già aveva gettato le basi anni fa per questo nuovo genere
trash-horror all’interno di un horror per eccellenza. Con il custode
le basi vengono ampliate e re-inventate. Come si scrive geniale?
Psycho
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Silent
Hill - USA, Francia, Jappone 2006
Regia di Christophe Gans,
produzione: Eagle Pictures
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Nel
1999 fece la sua comparsa sugli scaffali dei negozi di videogiochi
di tutto il mondo, un titolo oscuro, innovativo nel suo genere
horrorofico: Silent Hill. In un attimo i record di vendita andarono
polverizzandosi già nella prima settimana, e ad un anno dall’uscita
del titolo erano già milioni le copie del videogioco per consolle
presenti sul mercato. Un colpo straordinario messo assegno dalla
storica Konami. Nasceva così un nuovo modo di interpretare i
videogiochi “dell’orrore”, totalmente diverso da quello proposto dal
capostipite del genere Resident Evil. Più tensione, mistero, enigmi,
caos, nebbia, sangue, nervosismo. Nuovi ingredienti che accompagnati
da una grafica per allora spaventosa (anche se la nebbia in dosi
massicce era più finalizzata a coprire errori di grafica più che per
creare atmosfera), contribuirono a ridefinire il genere in
questione. Negli anni successivi, naturalmente, non avrebbero potuto
che succedersi sequel su sequel del videogioco: ognuno più
terrificante del precedente, il che consegnò definitivamente alla
storia la serie Silent Hill. Il 4° capitolo è uscito da un anno e
mezzo circa ed ha confermato il trend positivissimo di vendita per
Konami, tanto che in contemporanea all’uscita del terzo sequel, la
casa di produzione video-ludica, decise di mettere in produzione
Silent Hill The Movie.
Il film è appena uscito nelle
sale italiane, e si basa sulla trama del primo capitolo della saga,
anche se pesca a piene mani da idee, inquadrature, soluzioni
narrative viste negli altri capitoli. Le aspettative erano davvero
molto alte, anche perché derivanti dal fatto che il videogioco
rappresenta davvero uno nuovo traguardo per il genere horror, che,
nato su pellicola, ha trovato forse solo con giochi come Silent Hill
la piena espressione della propria potenzialità.
Il “trans” rappresentato dal
joypad rappresenta infatti un mezzo fortissimo con cui vivere
l’avventura e realizzare la piena immedesimazione dello
spettatore/giocatore, punto fondamentale e limite (in senso
matematico) verso cui il cinema di questo genere punta
inevitabilmente.
E’ chiaro che il cinema non può
avvalersi del tramite joypad, e questo non può che rendere meno
coinvolgente l’esperienza filmica. Proprio per questo le aspettative
per attorno al film erano elevatissime e rischiavano di essere
disconfermate inevitabilmente in negativo. Tuttavia, anche se il
videogioco resta per sua natura irraggiungibile, dopo una visione
attenta del film, posso dire che si tratta di un gran bel film
d’atmosfera horror. Dimenticatevi le classiche atmosfere alla
“Nightmare on Elm Street” o alla “Casa” o quelle più recenti e
fruibili di “The Ring” o “The Eye”. Qui siamo di fronte ad un horror
diverso dai classici, e molto più complesso visivamente ed
“emozionalmente” della new wave japanese. Le ambientazioni, le
inquadrature e la colonna sonora sono identiche a quelle del
videogioco e da lasciare senza fiato. E quello su cui il regista ha
puntato è sicuramente il ricreare un’atmosfera disagiate e
spiazzante per lo spettatore, senza abusare nell’utilizzo di mostri
o “spaventi”.
La tram a
scorre liscia, senza troppe invenzioni rispetto a quella del
videogioco, ma un grande neo del film è quello di rivelare tutto nel
finale, facendo scomparire quell’alone di mistero che caratterizza
tutta la pellicola e la rende unica. Nel finale si prova la stessa
sensazione di delusione provata con Matrix 3 (e che forse si proverà
con la seria Lost)…molto più affascinante il mistero, rispetto alla
soluzione finale che per forza sarà meno bella di quello che ci si
era immaginati.
Come accennato poi, non vi è un
utilizzo massiccio di mostri, e se da una parte questo è un merito,
altrimenti si finisce nello splatter forzato come spesso accade,
dall’altra suona come uno spreco. I pochi mostri che appaiono
infatti, sono tra i più belli mai visti in celluloide, come tra il
resto quelli dei video-giochi erano tra i più belli e complessi mai
concepiti. In particolare segnalo la presenza del mostro dalla testa
corazzata, assoluto protagonista di Silent Hill 3.
Resta in conclusione, un po’ di
amarezza per quello che si poteva fare in più con tanto materiale a
disposizione, come non svelare alcune cose più affascinanti se
lasciate nel mistero o esplorare un po’ meglio la psicologia dei
personaggi. Il film comunque è ben fatto e nel complesso credo non
lascerà deluso nessun fan della serie, ma nemmeno gli amanti del
genere horror, che Silent Hill onora in pieno.
Psycho
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Glory Road - USA 2006
Regia di James Gartner,
produzione: Walt Disney
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Il 1966 cambiò il modo di giocare a basket, il
modo stesso di concepirlo. A volte ci si dimentica della
storia di questo sport, bombardati come si è, dalle gesta dei
campioni moderni. Ecco allora puntuale, in pieno stile americano, un
film di ottima fattura che ci riporta indietro agli anni dell'aparteid,
a quando il basket non era roba da "nigger". O perlomeno così si
ostinavano a pensare i bianchi del tempo.
Il film narra delle gesta di coach Don Haskins e
della sua squadra, Texas Western (tuttora esistente e militante nel
campionato colleggiale NCAA) che nel '66 riuscì, sovvertendo ogni
pronostico, a raggiungere la finale NCAA con u quintetto composto
per 3 quinti da giocatori di colore. E che giocatori. Il film ben
raffigura il sentimento d'odio per i giocatori neri che, fisicamente
meglio strutturati per lo sport in questione e dotati di maggior
talento, stavano salendo alla ribalta nelle palestre e nelle strade
americane. A dire il vero mi aspettavo che il regista sapesse
ricreare un'atmosfera più cupa e tesa, rispetto a quella
effettivamente rappresentata nel film, tuttavia le tensioni razziali
all'interno della stessa squadra di Texas El Paso e tra squadre
avversarie, sono fortemente palpabili e realizzate in modo molto
intelligente, non pedante o retorico.
Ciò che lo spettatore deve avere ben in mente, è
che in quegli anni le squadre a qualsiasi livello, dalle minors alle
leghe professionistiche, nel 99% dei casi non schieravano colored
tra le loro fila. Ecco appunto, il 99%...
Texas Western contro ogni pronostico con il suo
quintetto atipico temuto-odiato, riuscì però ad arrivare in finale,
nel film molto ben "giocata" basandosi su vecchie foto e filmati
dell'epoca ma sopratutto su racconti di testimoni oculari, tra i
quali anche Pat Riley (oggi allenatore dei Miami Heat). Pat a quei
tempi vestiva infatti la maglia di Kentuky, università per figli di
papà bianchi allenata da Adolph Rupp e che arrivò appunto in finale
contro Texas. Come ben rappresentato nel film, la partita sembrava
vinta fin prima di cominciare dagli Wildcats ma, l'orgoglio di Texas
che per l'occasione schierò un quintetto interamente di afroamerican,
ebbe la meglio e quel 75 a 62 finale, cambiò per semprre il gioco
del basket.
Perfino
Adolph Rupp, razzista di prim'ordine, ed il nome di battesimo stava
quasi lì a sottolinearlo, dovette ricredersi sulle sue convinzioni e
pochi anni dopo, reclutò il primo giocatore afroamericano che abbia
mai vestito la maglia di Kentuky (tutt'ora comunque università
bianca per definizione). Texas, con Billy Jones King e compagni fece
capire al mondo il significato di uno sport senza confini razziali.
Era il power to the people che si manifestava in tutta la sua
potenza. E quell'incredulo quanto ingenuo "Mom, I am a World
Champion" pronunciato da uno dei protagonisti della "fiaba", penso
rappresenti meglio di qualunque altra frase o singola sequenza,
l'incredulità di una comunità, quella black, che stava lottando con
tutte le sue forze per dimostrare semplicemente di esserci, e di
contare quanto gli white men, e che nella vittoria dei Miners, trovò
un ulteriore spinta per affermarsi.
Prima di Sweetwather, prima dei Public Enemy,
prima di Ray Robertson, ci fu Texas Western, e per fortuna esiste un
film ben fatto come questo a ricordarcelo. E, ben più importante,
esiste un posto nella Hall of Fame per quella squadra.
"Sacrificed yo, the name of the revolution is
Basketball" - Public Enemy
Psycho
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Terkel
in Trouble - Danimarca 2004
Stefan Fjeldmark, Thorbjørn
Christoffersen, Kresten Vestbjerg Andersen. |
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Film
d'animazione danese in computer grafica, Terkel è la storia di un
ragazzino dallo stesso nome che affronta la propria quotidianità
fatta di scuola, di amici e di rapporti difficili con i propri
genitori e la propria sorellina.Bisogna subito dire che Terkel non è
un film per bambini, anzi è un cartone animato molto lontano dal
politicamente corretto. Per i temi e le situazioni affrontate Terkel
ricorda molto la serie americana South Park, in cui i ragazzini sono
cattivissimi e cinici. Terkel è fondato su diversi registri, che
vanno dall'umoristico all'horror (il titolo originale è per
l'appunto Terkel e l'horror) passando per la critica sociale ed
intra-generazionale. Quest'ultima è rivolta soprattutto alla società
del nord Europa, in cui esiste il fenomeno per noi curioso secondo
il quale molte coppie si sposano con i figli già grandi.
Ma il film affronta problemi anche molto comuni al giorno d'oggi e
in Italia, come il tema del bullismo nelle scuole e
dell'emarginazione. Il tutto è condito da un linguaggio crudo e
pieno di parolacce. Anche la violenza è spesso estrema, grottesca,
senza limiti.
Terkel come è ormai tradizione invalsa per i film d'animazione
straniera, sfoggia un cast di doppiaggio d'eccezione. Nel ruolo
della madre e del padre di Terkel abbiamo Lella Costa ed un ironico
Claudio Bisio che nel film ha un solo tipo di battuta: "No!". Ma
soprattutto abbiamo Elio e le Storie Tese, che hanno avuto anche
l'onore
di adattare le canzoni del film.
Forse è un film da vedere accompagnati, ma che non farà male vedere
ai genitori. Oggetto di critica, sicuramente estrema, da parte del
film è proprio la lontananza generazionale, nella misura in cui i
genitori non sono più in grado di comprendere i problemi dei propri
figli.
Luca Zorzi |
Tributo a Jay Dilla |
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Si
è spento lo scorso 14 febbraio James Yancey aka Jay Dee.
Era affetto da una rara malattia renale contro la quale lottava
ormai da qualche anno. Se n'è andato così, in punta di piedi,
uno dei produttori più umili ed innovativi della scena hip hop
underground americana. Autore di dischi indimenticabili come
Champion Sound (in tandem con Madlib) e Welcome 2 Detroit e di
una miriade di collaborazioni per artisti come Common, Roots,
Madlib, Pete Rock, Pharcyde, Busta Rymes e una miriade d'altri.
Appena un mese prima della morte è uscito il suo ultimo disco: "Donuts"
che vi consiglio caldamente. Il mixaggio e le ultime produzioni
della track list, sono state da lui realizzate direttamente sul
letto d'opedale che lo ospitava per i suoi ultimi giorni di
vita. Il suo canto del cigno, e che canto signori. Un disco
strumentale di vera cultura nera, nel senso più ampio possibile
del termine. Questo breve scritto vuole essere solo un omaggio
ad un uomo, prima che produttore e dj, che mi ha fatto provare
attraverso i suoi dischi, delle forti emozioni. I dischi di
Common prima ancora del progetto Jaylib, mi sono entrati nel
cuore e nessuno potrà cancellare le vibrazioni positive che
pervadono ogni suo lavoro.
Se non conoscete Jay
Dilla, non conoscete Detroit ed il suono "operaio" che la
caratterizza musicalmente. Per fortuna siete tutti ancora in
tempo a recuperare i suoi cds. Ascoltateli bene e lasciatevi
trasportare da quei beat ruvidi.
Ho voluto pubblicare
questo breve epitaffio nella categoria visioni, perchè J le visioni
ce le aveva per davvero. Visioni sonore.
Per Info, biografia
e discografia:
www.stonesthrow.com
Psycho |
Murcof – Live at Zo Cafe’ |
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Non è davvero facile lasciarsi andare totalmente nelle sonorità di un nuovo cd. Non è nemmeno facile trovare qualcosa che ti colpisca al volo, fin dal primo ascolto. E a ben vedere quello che ti colpisce fin da subito spesso perde molti punti in longevità. Io dal canto mio preferisco i dischi che escono sulla distanza, quelli stratificati, con diversi livelli di ascolto. Puoi carpirne alcuni significati e sonorità al primo ascolto, approfondirli al secondo e captare suoni nuovi anche ad un anno di distanza. Prendete Fantastic Damage per esempio, o un qualsiasi album di Sole o Prefuse 73, Miles Davis. Non è facile quindi che un album, un artista, mi piaccia fin dal primo istante. Anzi, non voglio che mi piaccia subito.
E’ per questo che mi sono addirittura stupito dall’effetto devastante che ha avuto sul mio organismo, l’ascolto dell’esibizione live di Murcof. C’è chi lo conosce come Terrestre (il suo alter ego più ritmico) altri con il suo vero nome: Fernando Corona. Io ringrazio Marcello per avermelo idealmente presentato. Murcof è un produttore di musica elettronica messicano, davvero atipico nelle sonorità e nelle ritmiche. Non mi sento di affrontare troppo in profondità il discorso tecnico riguardante le sue produzioni. Troppo. Semplicemente troppo per essere descritto da chi non abbia una decennale esperienza nel campo. Quello che vorrei riuscire a descrivere però, sono le mie emozioni, le suggestioni che il dj è riuscito a crearmi.
Il concerto si è svolto allo Zo Caffè in Via Berti a Bologna, locale che definirei lounge (tanto per usare un termine tanto in voga a cui ognuno può dare un significato diverso) e a metà tra un pub e un caffè degli artisti. Già l’esserci nel locale ti mette in pace con te stesso. Libri da prendere in prestito, cd, fumetti...buon vino e tanta buona musica. Di qui ci sono passati anche i Kill the Vultures (che roba!) e dj da amare solo per la fase selecta, immaginate per le produzioni originali. In quale locale al posto dei biglietti da visita/flyers puoi trovarci dei segna libri personalizzati? Davvero una gran atmosfera.
Ok fine della publicity. Tempo di Murcof. Ore 23.00, nella sala luci soffuse e forme strane proiettate sulla parete. Parte la musica. BOW! David Lynch è tra noi! Si viaggia sulla Mulholland Drive, ti viene da guardare in giro e cercare “chi ha ucciso Laura Palmer”.L’atmosfera è unica davvero. Da film Lynchano appunto. La musica è quanto di più pensato possa trovarsi. Non costruita, ma di una naturalezza e al tempo stesso di un tecnicismo assoluti. Il beat innanzitutto non è un beat, nel senso che non scandisce il ritmo delle tracce ma ne diventa suono e complemento sopraffino. Non è facile anche solo pensare ad una cosa del genere. Usare il beat come suono. I suoni puramente sintetici poi, non suonano affatto sintetici e sembrano provenire da realtà parallele, nel senso che non riesci a capire da che parte provengano. Talmente ben ideati e compenetrati alla traccia. Mentre Murcof suona ti ritrovi a pensare a mondi lontani, a oscuri monasteri in lande desolate nei quali ti immagini di risvegliarti da solo, d’improvviso…preso dall’istinto di vivere.
Non so, per me è stata una sensazione mai provata ad un concerto. Positiva oltre modo. Peccato solo per il pubblico poco rispettoso e chiacchierone. Un po’ più di religioso silenzio non avrebbe guastato all’atmosfera. Un plauso comunque a Fernando Corona, e anche al suo pizzetto via. Se volete provare qualcosa di nuovo siete ben indirizzati.
Info sui live allo Zo Caffe’: www.zocaffe.it
Psycho |
V for Vendetta – Alan Moore e David Loyd – DC Comics (Vertigo) |
| “Remember remember the fifth of november” Inizia così una delle più belle graphic novel di tutti i tempi: V for Vendetta. Un capolavoro assoluto nel suo genere, che mai era riuscita ad arrivare al grande pubblico (come la maggior parte dei fumetti non seriali) e quindi a riscuotere il successo che in realtà meritava.
A 20 anni dalla sua prima pubblicazione (in Italia per Magic Press) la novella rimaneva fino a qualche mese fa, un fumetto di culto. Un oggetto da collezione che solo in pochi potevano vantare esposto nella propria libreria, anche a causa di una prima tiratura da parte di Magic Press molto esigua. Con l'uscita della stupenda pellicola però, lo sfruttamento commerciale dell'opera di Alan Moore e David Loyd è arrivato puntuale. Ora V si trova in 5 versioni diverse: l'edizione extra-lusso, la riedizione dell'originale magic press, l'edizione economica per edicola, l'edizione in allegato ad XL (mensile di repubblica) e perfino in formato libro per Rizzoli. Come dire, prima non se lo ca…va nessuno, ora per ovvie questioni di marketing, l'opera ne esce quasi svilita e sovraesposta. Per fortuna il film comunque è di assoluto livello, rispettosa del fumetto o meglio, del suo spirito. Il finale e le trovate troppo politicamente scorrette ideate da Moore sono state stravolte, e infatti alla fine la trama non risulta così geniale come quella che l'autore britannico aveva ideato (Moore per questo l'ha letteralmente ripudiata e non ha voluto assolutamente comparire nei credits del film, né restare legato alla DC comics per la quale ha rescisso il contratto). Tuttavia il clima orwelliano dell'opera ricreato in celluloide, risulta identico a quello del fumetto. Addirittura molte scene, per chi ha già letto l'opera, sembra di averle già viste in quanto la sceneggiatura originale è stata molto ben rispettata (non ai livelli di Sin City ovviamente). V è un terrorista buono (si, si può essere dei terroristi buoni come spiegato nel film) che intende liberare Londra dal giogo dei potenti (vi suona familiare) a capo di un governo dispotico in un futuro distopico non troppo lontano dal clima post undici settembre (e anche qui le simbologie si sprecano). Come dite? Tutto già Visto? E' qui che vi sbagliate…Moore scrive tutto questo nel 1981 (come del resto Orwell aveva fatto nel 1948!). L'opera è talmente potente ed attuale, che in qualsiasi periodo storico la si legga può essere interpretata diversamente. Leggerla o vedere il film ora non può che far riflettere sull'attuale situazione geo-politica e vi assicuro, c'è da farsi venire i brividi…Il futuro apocalittico ipotizzato non è poi così distante da quello che stiamo vivendo nel mondo reale.
Davvero una gran trasposizione cinematografica comunque, che segna un altro punto a favore per la DC comics dopo Batman begins, Sin city e a History of violence. Vedremo come contrattaccherà ora la Marvel con gli imminenti X-men 3 e Ghost Rider. La speranza è che alla fine questi film portino il grande pubblico a comprarsi il fumetto. Purtroppo questo succede solo di rado o solamente a ridosso del film. Intanto però, gli appassionati di sempre, possono vedere le loro letture prendere vita sullo schermo e condividere con altri le proprie passioni senza essere necessariamente guardati come se provenissero da un altro pianeta. E questo vi assicuro è già molto… “Quello che mi mancherà non è l'uomo, ma l'idea che vi era dietro” Psycho |
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