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RECENSITI X VOI:

IL DIVO
KING OF THE RING 3
THE BOONDOCKS

METHOD MAN LIVE
ALLEN IVERSON
PEEPING TOM  
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Il Divo - regia di Paolo Sorrentino - 2008


I
l divo è la rinascita del cinema italiano che ritrova finalmente se stesso nell'argomento apparentemente più semplice e quotidiano, in quelle contraddizioni che esistono da sempre: quelle della politica e dei suoi personaggi grotteschi.

Una vera perla nella cinematografia degli ultimi 20 anni. Analizza un periodo storico buissimo della storia d'Italia che ha gettato le basi per la situazione disastrosa attuale. Incentra ogni scena sulla vita di Andreotti, il male incarnato, colui che persegue il Male per arrivare ad un bene, da lui definito superiore, quasi divino.

Un personaggio talmente caricaturale e grottesco da non sembrare reale, nemmeno alla moglie che ha deciso di sposarlo mentre con lui visitava un cimitero (!). A volte sembra di avere a che fari con un personaggio del Bagaglino e questo rende il tutto ancora più tristemente allegro il quadretto.

Tutto surreale, eppure il film non fa altro che portare in scena la commedia splatter della politica Italiana e della rovina che ha portato tra clientelismo, paternalismo e implicazioni mafiose.

Alla fine del film: disgusto per il nostro paese ma felicità per aver trovato in Paolo Sorrentino (illuminato regista della pellicola), una nuova luce nel nostro cinema: tutto, dalla colonna sonora giustapposta, alle austere location, alla caratterizzazione dei personaggi, alle trovate grafiche, di regia e di montaggio, è impeccabile.

Straconsigliato.

Psycho
 

King of The Ring 3: e il capannone prende fuoco!


Sono i primi di aprile quando ricevo una chiamata dalla redazione di moodmagazine. All'altro capo del telefono Zethone, colui che grazie alla sua instancabile vena organizzativa ha prima dato vita alla rivista on-line (www.moodmagazine.org) e poi a quello che è diventato uno dei contest di freestyle più apprezzati della penisola, sia per il livello degli artisti che vi si esibiscono, sia per la macchina organizzativa che c'è dietro che, lo posso testimoniare, anche in questa edizione non ha lasciato nulla al caso.

E' così che, in qualità di membro della redazione di moodmagazine rispondo alla chiamata e mi ritrovo il 28 aprile scorso, a far parte della giuria che dovrà decretare il vincitore finale del King of The Ring 3. E non potrei essere stato più felice del compito assegnatomi visto il livello della competizione!

Gli mc pronti a sfidarsi sono accorsi da tutta Italia ma a farla da padrone sono  state sicuramente la scena Veneta e quella Trentina che hanno messo in campo i migliori mcs in fatto di freestyle e abilità nel saper coinvolgere il pubblico.

Sono partiti in 34 (!) affrontando una dura selezione che già al primo turno ne avrebbe ridotto il numero a 24. Subito massimo impegno dunque e spazio alla creatività nello sviscerare temi tra i più disparati: dalla Franzoni a Vallettopoli, dal calcio alla mazurka passando per i cartoni animati e lo Zecchino d'oro. Inutile dire che anche nella selezione dei temi in giuria ci siamo divertiti tantissimo!

Alla fase finale sono arrivati in 3: Ares, Dank e Kadenaz ma il pubblico (400 persone comode) non ne ha voluto sapere di una finale a 3, decretando la scelta di ripescare un altro mc (Endi) per allungare il tutto di un turno ed arrivare ad una classica finale a 2.  Ares e Dank quindi, veterani di mille battaglie sui palchi, si sono ritrovati contro in una finale che ha regalato ai presenti emozioni indiscutibili: 6 minuti di battle, di botta e risposta libera, il tutto ad un livello francamente altissimo e senza mai cadere nel banale o nel volgare attacco gratuito. Poteva vincere chiunque a quel punto ma Dank ha dato quel qualcosa in più chiudendo più turni ed alla fine si è portato a casa il ricco bottino messo in palio da PellePelle. Alcune rime della finale potete sentirle direttamente dai video della serata, realizzati da Max Producer e disponibili nella sezione foto su questo stesso sito. Dateci un occhio perchè ne vale veramente la pena e soprattutto vi verrà voglia di esserci al prossimo King of The Ring (tra sei mesi).

Al di là di tutto comunque, la prova che l'underground è vivo, si muove, si unisce e da vita a serate ineguagliabili come questa. Grazie agli organizzatori, allo sponsor ufficiale PellePelle, agli altri membri della giuria, a DeepEmilia a Tiziano di Hiphoponstage.org e a colui che si è immolato per la causa della battle: Ugoka (chi c'era sa a cosa mi riferisco!).

A farci dimenticare questa serata potrà esserci solo un altro evento...il King of the Ring 4!
 

Psycho
 

The Boondocks: it's a black thing!


Va in onda da qualche tempo su MTV al lunedì sera attorno alle 23.00, un cartone molto particolare e che getta luce in modo semplice e diretto, caricaturale come può essere la rappresentazione del mondo vista attraverso la lente dei cartoons, sulla quotidianità degli afroamericani. Una sceneggiatura brillante, supportata da una colonna sonora sempre intrigante e a volte colta, accompagna le gesta di 2 orfani afroamericani appunto e delle persone che attorno a loro ruotano, in una cittadina immaginaria di provincia come ce  ne sono molte al di là ed al di qua dell'oceano. I personaggi personalmente mi fanno impazzire. Rappresentano in pratica le varie sfaccettature dell'america nera di oggi: il nero consapevole delle proprie origini e in lotta per i propri diritti che attinge al bagaglio culturale di Malcom X, il fratellino, figlio della generazione hip hop del 2000 con i propri ideali leggermente distorti e fraintesi, il nonno estremista in perenne lotta contro i vicini bianchi, ed infine lo zio pentito di essere nero: chiaro riferimento agli "Zii Tom" inchinatisi davanti alle regole imposte dall'uomo bianco e per cui il sopradetto Malcom aveva una particolare avversione (giustamente aggiungo io).

I temi trattati nei vari episodi sono sempre molto brillanti ed affrontati dal punto di vista di tutti i vari personaggi anche se il protagonista rimane comunque il ragazzino Huley (con bulbo enorme): sempre riflessivo e profetico sui fatti di cronaca che coinvolgono gli afroamericani. Si va dalla politica estera del governo Bush, al codice di comportamento svilente degli attuali rapper (idolatrati dal fratellino di Huley), alle riflessioni sul degrado in cui versano alcuni sobborghi americani ecc. Ed il tutto è affrontato dagli autori in modo molto deciso, sfrontato ed intelligente.

Forse non tutti sanno che il cartone in realtà è tratto da un fumetto underground che va avanti ormai da qualche anno in america (il primo numero è del 1999) . Scritto e disegnato da Aaron McGruder, ha riscosso da subito molto successo tra le minoranze americane anche perchè affronta, come  il cartone, le tematiche di attualità di cui prima. In Italia attualmente sono reperibili nelle fumetterie, 2 volumi contenenti diverse storie dei Boondocks editi nel loro formato originale (che si sviluppa in orrizontale trattandosi di "strisce").

Un gran bel cartone, originale e che finalmente da spazio anche agli afroamericani, da sempre bistrattati in questo genere. Pensate un attimo a quanti neri appaiono nei cartoni animati, anche in quelli più brillanti e moderni...si contano sulle dita di una mano e sono spesso presi in giro o liquidati come rapper senza cervello. Come se fossero tutti così. Finalmente un cartone che rende giustizia anche a loro. Consigliato!

Psycho
 

METHOD MAN
From Brooklyn to Bologna: live at Link 24/03/07

 

Sono quelle cose che ti fanno riconciliare con la Hip Hop e, a ben vedere con il mondo intero. Quei lampi di gioia assoluta, di imperturbabilità massima e compiaciuta. Sono serate in cui ti riscopri vivo, magari dopo periodi piatti, fatti di problematiche da risolvere o semplicemente pensieri che ti deviano dalle tue vere passioni, quelle in cui purtroppo non vivi, non per la maggior parte del tempo almeno. Sono episodi, piccoli attimi che devi essere pronto a vivere in modo…semplice, ma viscerale.

Un concerto di Method non può che rientrare in questa categoria di attimi speciali, probabilmente anche per quelli non fanatici di questo tipo di sound ma “semplicemente” appassionati alla buona musica in genere (visti con i miei occhi, no Mars?). Non tutti i rapper riescono ad avere una carica così esplosiva nei live, e non tutti riescono a trasportarti in un mondo parallelo a quello sul quale di solito vivi, dove sei solo circondato di musica e da gente in adorazione per un certo tipo di suono. Oltretutto persone con cui condividi tutto…persino i lividi del giorno dopo, il sudore grondante in quegli attimi di delirio…pure qualche sostanza dalla dubbia provenienza se tra una traccia e l’altra si possiede lo stretto necessario per “andarsene” definitivamente in un altro mondo.

No, non accade sempre, ma quando c’è Method nella city, la gente non capisce più nulla…si fa trasportare, esce dalle proprie grotte, taverne, strade e si riversa in un unico grosso capannone nel quale si sta per compire la serata delle serate, almeno fino alla prossima magia, quella in grado di farti sentire vivo come durante uno show di un membro dei Wu-Tang (a proposito prevista per l’estate la reunion con disco nuovo annesso. Serata perfetta dunque quella del Link strabordante di b-boy (circa 2000) e soprattutto di passione.

Non poteva essere altrimenti d’altra parte: Johnny Blaze carico come una molla con al fianco il fido scudiero Streetlife e un impeccabile Dj Mathematics, ha sciorinato tutto il repertorio migliore: da Bring da Pain a Judgement Day passando per Da Rockwilder (pure la strofa di Redman…che sarà in concerto sempre qui a maggio!) e classici wu-tang come CREAM, Wu-Tang Clan Ain’t nothing to fuck with e METHODMAN. Pure l’ultimo disco 4:21, è stato ben rappresentato con 6/7 pezzi interpretati in modo impeccabile, tra i quali una Problems che ha fatto ribaltare il locale e la riflessiva Say con Lauryn Hill ovviamente in sottofondo (a proposito ma verrà mai in Italia?). Tutto davvero perfetto…e per quella questione del cuore che si stringe in questi momenti di rara pace dei sensi (a parte quando Method ti vola in faccia in uno dei suoi stage diving con capriola annessa)…è arrivato anche il momento della celebrazione di ODB..3 tracce che praticamente ha cantato solo il pubblico offrendo a Meth di che gioire ed inorgoglire. Tutti quegli accendini accesi poi…brividi davvero. Concerto da 10 e lode quindi, organizzazione del pre-concerto compresa, anche se si potrebbe forse evitare di obbligare la gente a farsi ogni volta quella benedetta tessera link e la non brillantissima decisione di portare Malaisa sul palco…2 tracce (di più probabilmente è impossibile e controproducente chiedere…) di livello infimo per flow e contenuti…spazzatura pura, solo questo. Solito applauso anche per Ciccio Shocca, Frank Siciliano e Mistaman, immancabili, colti apripista in queste serate “d’autore” (un po’ meno immancabile Que Pechegno dei Club Dogo).

Che altro aggiungere? Un ringraziamento agli organizzatori della serata: HipHop 3000 e Propop che sta volta hanno curato pure la qualità e la disposizione dell’impianto audio in maniera impeccabile a differenza della prima di Method in Italia sempre al link (2005). Dopo EPMD e questo secondo episodio di Mic Masters attendiamo il 3° appuntamento con Redman, socio in affari del Ticallion Stallion. Anche se dubito ci proporrà una prestazione come la CAMMINATA SUL PUBBLICO sfoderata da Method…ehehe (vedi foto)!

Psycho

Allen Iverson
Per sempre Philadelphia

 

Ho visto la passione impersonificarsi in un simulacro fisico. Ho visto lo stesso fisico minuto, ma fortissimo volare tra mille ostacoli e superarli tutti. Uno dopo l'altro. Ho visto un uomo prima che un giocatore, non cadere mai. Anzi cadere continuamente per rialzarsi più forte. Ho visto occhi di tigre. Ho visto orgoglio, rispetto per se e per il gioco. Ho visto un guerriero e l'ho visto per 10 anni lottare in una città che lo rappresentava. Ho visto uomo e città (immenso gruppi di individui)  incarnare gli stessi valori sportivi e umani. Ho visto queste 2 entità completarsi, compenetrarsi a vicenda, con rispetto e profonda ammirazione reciproca.

"Ho visto cose che voi umani..."

Ho visto giocare 10 anni Allen Iverson a Philadelphia. E su di me ha avuto l'effetto paragonabile solo a quello provocato dal 23 in rosso di Chicago, contestualmente alla mia scoperta del Gioco stesso. Deflagrante.

Allen è stato ed è, molto di più di un giocatore di basket, un "semplice" idolo o un'icona (parole ormai svuotate del vero senso originario). E' l'incarnazione stessa dello spirito del Basket, di quello del sacrificio, del rispetto per gli avversari, per il gioco. E' jazz, è funky, è hiphop, è evoluzione, è un modo d'essere.

Tutto questo rappresenta The Answer per me e per migliaia se non milioni di altre persone al mondo e non credo di esagerare. Ed il tutto, questo amore per un giocatore che ti rappresenta a livello valoriale/culturale, questa bellissima storia, è stata contestualizzata in una città che seppur non conoscendo per esserci stato personalmente, sento e so essere l'unico luogo possibile dove tutto ciò poteva verificarsi. Un contorno attivo, lontano dalla spietatezza e l'incantevole morbosità  di New York, distante dai lustrini e dall'attitudine mercenaria di Los Angeles, ancora più distante dalla passione monomaniacale dell'Indiana per il basket.

Philadelphia. L'unica città possibile, o le cose sarebbero state differenti. La città dei Roots, di Dj Jazzy Jeff e Fresh Prince, di Rocky (per assurdo) di Mumia Abu Jamal, del movimento nero per i diritti civili Move, di Julius Erving e molto altro in ogni campo artistico. Solo lì poteva prendere vita la leggenda di Allen Iverson, uno che il gioco l'ha rivoluzionato a livello concettuale e culturale. Come fecero Michael, Magic, Bird, Earl Monroe, Wilt, Pitt Maravich e Julius prima di lui.

Ora la leggenda di Iverson è, grazie a dio, ancora per qualche anno in divenire. Ma la location è cambiata e con lei una costellazione di simboli  legati ad Iverson e in maniera dicotomica a Phila. Per chi non riesce ad andare oltre, l'aspetto primo del cambiamento è quello della nuova maglia...senza valori, vuota, in costruzione certo anche grazie ad Iverson. Ma senza Storia (con la S maiuscola appunto). Come l'Uomo Ragno senza Mary Jane, come il te senza i biscotti, come Malone senza Utah e viceversa. Ed è proprio a Malone che penso in questo caso di trasferimento di Iverson a Denver. 18 anni con la maglia dei Jazz lottando e costruendone la leggenda. Non vincendo mai il titolo. Poi la decisione estrema...passare ai Lakers pieni di stelle luminose per agguantare finalmente la vittoria finale prima del riposo del leone. Non c'è riuscito, e dubito che il destino di Ive possa discostarsi molto da quello del "Postino" anche se gli auguro di vincere titoli ogni anno da qui all'eternità.

Quello che mi chiedo però è a questo punto...un titolo per Ive e per i suoi tifosi, ma per Ive soprattutto, avrà lo stesso sapore? Se Malone avesse vinto quel titolo in quell'unica stagione passata ai Lakers dopo infinite battaglie per i suoi Jazz, avrebbe avuto lo stesso sapore? NO. Punto e basta. L'impresa vera era quella di portare Utah e Philadelphia al tiolo. Non Denver, non i Lakers. Si tratta sempre di sfide interessanti, ma non de L'impresa sognata e agognata per anni.

Per questo credo che anche un eventuale successo per Ive, non potrà mai essere IL Successo definitivo, quello che sognava, che noi tutti sognavamo per lui. Perchè certi sogni nascono in determinate situazioni e da un sognare collettivo e questo li rende più belli. Comunque vada quindi, rimarrà un rammarico per noi tifosi, per lui giocatore. Quello di non avercela fatta a vincere totalmente o cadere totalmente, alla fine, con la propria squadra, la propria città. Essersi arreso prima alla sete di gloria. O alla disperazione (sportiva ovviamente). Per quanto la decisione sia stata sofferta.

Ma sono forse solo deliri di uno che ama le bandiere sportive, gli eroi anche e soprattutto quando cadono e si rendono mortali, e certamente ad Iverson tutto questo non interesserebbe al confronto della voglia di portarsi a casa un titolo nba. Ma sono sicuro che in fondo, quel pizzico di rammarico per non avercela fatta (non da solo ma con Phila, solo non lo è mai stato!), sotto sotto gli resterà per sempre.

Intanto godiamocelo nei suoi ultimi anni di carriera, battere qualsiasi legge logica e fisica tra tanti giganti Golia con la caparbietà di un novello Davide. Rimane comunque uno spettacolo da narrare alle future generazioni.

Psychopatetich

 

Mike Patton and the Peeping Tom
Live at Estragon, Bologna

 

Non è facile descrivere un concerto, figuriamoci poi se sul palco ci troviamo Mike Patton!!!
Sappiamo tutti che Mike è un grande performer e un immenso trasformista, lo si nota nella sua musica, nelle sue collaborazioni e progetti, nella sua faccia, quindi recandomi all’estragon non potevo fare altro che chiedermi…. Che cazzo mi aspetterà questa volta?Un bel dilemma, visto e considerato che si portano dal vivo i Peeping Tom (ehhh??), cioè mike patton più il mondo e all’attivo un album di 40 minuti scarsi, cosa si inventerà il buon vecchio per reggere uno show????

Beh non resta che attendere e provare a sbirciare sul palco se possiamo trovare degli indizi, che cmq resteranno poca cosa rispetto a cosa si sta scatenando… Mentre si è fuori per una sigaretta il locale comincia a tremare, frequenze bassissime si odono chiare all’esterno, entriamo e ci troviamo di fronte ad uno spaventoso trio (non per estetica ma per bravura), che sorretti da un polipoide batterista carico di groove, dispensavano un eclettico DUB stravolgendolo con ritmi e sonorità lontanissime dal genere.
Il loro set, composto da esecuzioni strumentali, va avanti per una 40ina di estrema intensità che scaldano non poco il pubblico in attesa dell’”evento”!!! Un plauso quindi ai Dub Trio (presenti anche nel progetto Peeping Tom, e un plauso a Mike che riesce sempre a circondarsi di musicisti straordinari.

Ma ecco che si sta avvicinando il grande momento, dopo brevi assestamenti del palco noto che mike sembra privo della sua postazione tastierosa che di solito lo accompagna, e questo potrebbe essere un buon presagio anche perché c’è una postazione gigante per dj altri due microfoni a lato e un violino. Non posso fare a meno di chiedermi cosa si sia inventato stavolta quando calano le luci inversamente proporzionale alla tensione ed allo stupore quando sul palco vedo apparire in rapida successione: Dub trio, Dan the Automator, un tastierista dall’aria da nerd, Imani Coppola, Mike Patton e RAHZEL…. Lo sbalordimento è quasi al livello dello stropicciamento oculare perché mai e poi mai speravo nella presenza di tali artisti on stage. Mi accorgo subito di essere di fronte ad un Patton completamente nuovo, abbandonate le vesti dell’ introspettivo skizzoide che saltava da una parte del palco quasi non curandosi del pubblico, lo troviamo oggi nei panni del “divo”, completino elegante sguardo sorridente, voce da paura (quella non manca mai) e un estrema loquacità che lo farà interagire con il pubblico in un impeccabile ed esilarante italiano. Da annotare alcune chicche quali “lo so che qui la cucina è pesante con tutta quella panna e i piselli quindi adesso ci facciamo un sonnellino” o “posso offrirvi una piadina sui viali” per non parlare di quando presenta gli artisti che lo appoggiano “Ragazzi un applauso per Rahzel o meglio come si direbbe da queste parti ROSARIOOOO” e Dan the Automator ribattezzato Dante.
Subito cominciano a scorrere le canzoni dell’album tutte eseguite impeccabilmente nonostante dei problemi che Mikey sembra avere sul palco, continua infatti a rivolgersi al fonico (provando a tradurre il labbiale “non si sente un cazzo”) cercando di aggiustare i volumi. Anche questo avviene con classe, infatti pochi sembrano accorgersene, considerando che appena si rivolge alla platea è pervaso da un immenso gioioso sorriso e massimo trasporto nell’interpretazione dei brani. Insomma tutto sotto controllo.
 

Dopo un paio di tracce, tra cui il singolo mojo, si lascia il palco a rahzel. Ebbene si eccolo li su da solo che comincia a scatena l’intera orchestra che è in lui, inizia con piccoli accenni di cassa che fanno letteralmente crollare il locale per la potenza, veramente incredibile (Taddo mi riferisce che dall’ultima che l’aveva visto non c’è paragone), forse merito do fonico o impianto fatto sta che si sente vibrare tutto nel petto non so se mi spiego, seguono subito dei beat portentosi a cui aggiunge giocando linee di basso e “versetti” incredibili. Il pubblico è esterrefatto nessuno crede che ciò sia possibile, ma siamo solo all’inizio… Rosario riavvolge un ipotetico disco e riparte con un beat ostinato, preciso assurdo finchè si sommano piccoli rumori un basso quasi sintetico e un “yeah” che spunta chissà dove e che si ripete… ma cazzo un attimo!!!! “I bring ‘em sexy back” noooo siamo catapultati in un esecuzione praticamente completa di sexy back del buon vecchio Justin, ogni singolo frame della canzone viene riprodotto da una sola bocca. Vi lascio immaginare tra le file del pubblico gli sguardi che no aspettano altro che esplodere quando dalle casse attacca “Seven Nation Army” pooo po po po po poooo per intenderci.
 

Tornano tutti sul palco e tutti i brani del disco vengono passati in rassegna intervallati da un “encore” in cui stavolta è Dan il solista che ci delizia con degli scratch estremamente ricercati e una cover (se così si può dire visto che…) dei Mr. Bungle (ennesimo gruppo di Patton) interpretata dalla suadente e sensuale Imani Coppola vocalist e violinista di stupefacente bravura.
Dopo un quasi due ore i Peeping Tom (bis compreso visto che hanno provato a  ) ci
Jfuggire ma noi gridando michele michele siamo riusciti a farli tornare  lasciano lasciandosi alle spalle una performance straordinaria con un Patton sopra le righe e Rosario/Rahzel seconda primadonna (ihihi), bello vedere l’intesa dei due e di tutto il gruppo sul palco e veramente indescrivibile come si sia riuscito a trasportare live un disco così complesso.

Tekem

 

Il Profumo (storia di un assassino)
Regia: Tom Tykwer- Produzione: Francia/Usa (2006)

 

E' uscito da poco nelle sale cinematografiche italiane, Il Profumo, film tratto dall'omonimo best seller di Patrick Suskind datato 1985. Peccato non se ne sia parlato molto, al contrario del libro, e che stia passando abbastanza inosservato. D'altra parte è questa la sorte che tocca spesso a prodotti di qualità in opposizione a quello che accade con film notevolmente inferiori per storia e regia.

Il film, molto fedele al libro tranne per alcuni ovvi adattamenti, narra la vita e le vicissitudini di Jean-Baptiste Grenouille, un povero orfano dotato fin dalla nascita di un olfatto incredibile, tanto da sembrare un super-potere. Grenouille è ossessionato dagli odori, non riesce a non sentirne, perfino dove sembrano non esserci, ed il suo scopo nella sua vita solitaria ed incompresa, diventa quello di riuscire a catturare ogni odore possibile. L'odore, il profumo delle cose, ne rivela la loro essenza anzi è l'essenza stessa delle cose. E' l'anima di un oggetto così come quella di una persona.

Ci sono tanti oggetti di cui scoprire l'odore, tante persone da odorare per carpirne l'anima. Ma come fare a conservare il profumo di una persona per sempre? Come fare a ritrovare il profumo perfetto, quello della donna uccisa per meglio apprezzarne il soave olezzo?

La ricerca monomaniacale del ragazzo diventa estenuante, ossessiva. Egli si autodetermina e re-inventa all'interno della sua stessa ricerca. Un novello Frankenstein in cerca di umanità... ma a modo suo. Arriverà ad esplorare gli abissi dell'animo umano, lo farà da bestia quale in fondo è, inebriato dalla fame di profumo. Fino alla tragica consapevolezza: di non avere un odore proprio e quindi, per i suoi canoni, di non esistere agli occhi (al naso) degli altri. Proprio per questo la sua ricerca si farà ancora più profonda ed i suoi metodi estremi...per far sapere al mondo che anche lui esiste e se non può avere un odore proprio...creerà un profumo che l'umanità non ha mai sentito prima.

Il film è davvero intenso, la trama è drammatica e la regia regge benissimo il dramma e l'intensità profuse nel ruolo dall'attore protagonista. Inquadrature estreme senza mai però essere pesanti o fine a se stesse. Mi ha ricordato molto lo stile di regia di Jan Pierre Jeunet (Il Favoloso mondo di Amelie, Telicatessen) con quel taglio caricaturale su alcuni personaggi e situazioni. Di questa rimembranza è complice ovviamente anche la voce narrante, la stessa, dolce e incisiva allo stesso tempo ,del Favoloso mondo di Amelie.

Un film poetico, profumato! Da guerrieri. Forse un po' esagerato nel finale, nel tentativo di riprodurre la magia ineguagliabile del libro. Però davvero un gran bel film. Menzione d'onore per un Dustin Hoffman in forma smagliante nei panni di un vecchio e stanco profumiere italiano.

Voto 8. Da vedere con chi dei film ne sa apprezzare le sfumature poetiche.

Psycho

 

Cinema & Fumetto - Mostra Espositiva - Mart di Rovereto (2006)

 

Da qualche anno si è risvegliato l’interesse nei media (quello degli appassionati non è mai venuto meno) per il mezzo di comunicazione popolare rappresentato dal fumetto. Molti i servizi sui periodici più disparati, gli speciali televisivi e le mostre sorte su tutto il territorio nazionale. In Italia il settore sta quindi conoscendo una popolarità ed esposizione mediatica che non ha mai conosciuto in precedenza. Merito in gran parte delle strategie di alcune case editrici piuttosto di altre, ma anche e soprattutto della macchina cinematografica di Hollywood che ha ridato vita sul grande schermo ad una sempre maggiore schiera di personaggi provenienti dalle pagine dei comics americani e non solo (Francesi per esempio con Blueberry di Moebius e Immortal ad Vitam di Enki Bilal).

Ecco allora che con il primo film dedicato all’anti-eroe misconosciuto marvelliano Blade, ed il successo di pubblico conseguito, si sono susseguiti una folta serie di film tratti da fumetti super-eroistici o meno (A History of Violence) come Spider-Man, Constantine, X-men, V for Vendetta, Sin City ecc. Il Mart di Rovereto notando la nuova tendenza e convergenza dei 2 mezzi di comunicazione cinema e fumetto, ha pensato di dedicare perciò una mostra al fenomeno qui brevemente illustrato.

Il prezzo d’entrata è estremamente popolare e competitivo: con 8 eurini è possibile visitare il museo in ogni sua parte: dalla mostra del cinema e fumetto, alle collezioni permanenti, passando per l’esposizione del futurista Russolo. Il tutto all’interno di una cornice moderna (il Mart) anche se a tratti spoglia (anche perché evidentemente ancora priva di storia). L’esposizione di fumetti e memorabilia cinematografica è ben organizzata all’interno di una vasta sala ben allestita. Presenti in vetrinette di solito riservate ad antichi fossili primordiali, simulacri di passione televisiva e fumettistica come un mantello originale di Superman (dalla serie Superman e Loys però!), un anello di Kryptonite dalla serie Smallville, numeri 1 di varie serie più o meno dimenticate dal grande pubblico come Tin Tin, The Phantom, Satanik, Kriminal, Diabolik. Abbastanza ricca la parte dedicata ai Super-eroi anche se con poche sorprese, tra le quali da segnalare un modellino a mezzo busto di Hulk utilizzato per la produzione dell’omonimo film di Ang Lee. Colpiscono poi alcune tavole originali di indubbio valore: incantevoli le opere del maestro Magnus e quelle di un inedito Alex Maleev alle prese con The Crow.Alla fine del (breve per la verità) giro, una stanza dedicata alla visione dello speciale di Studio Universal: “Cinema e fumetto”, impreziosisce l’esposizione catturando abilmente il visitatore, grazie ad un maxischermo ed al sorriso dell’immarcescibile Stan Lee che ci guida dalla carta stampata alla pellicola e viceversa coadiuvato da illustri quali Frank Miller e Tim Burton (suoi le prime 2 pellicole su  Batman).

Nulla da eccepire sulla buona volontà degli organizzatori nel reperire materiale spesso introvabile o da archivi non facilmente accessibili, ma qualcosa nell’esposizione lascia un po’ l’amaro in bocca. Mancano infatti molti film/fumetti recenti ed estremamente interessanti quali appunto Immortal, Constantine, V for Vendetta, Blueberry, History of Violence, Spawn, Man-Thing, ma anche un approfondimento maggiore su alcuni film storici per il genere come i primi Batman, i primi film di Superman (anche se sull’uomo d’acciaio è presente una corposa raccolta di materiale anche molto datato riguardo le prime serie televisive) o ancora i B-movie su Nick Fury, il Punitore o Capitan America. Troppe lacune quindi alla fine del giro che non possono che far pensare ad una difficoltà sì nel reperire il materiale, ma anche ad una scarsa attenzione nel fornire qualcosa in più al visitatore di vecchi poster ingialliti e pagine sbiadite. La mostra mi è piaciuta intendiamoci, ma una maggior interattività  tra i 2 mezzi fumetto e cinema e uno sforzo più profondo nel colpire i visitatori con qualcosa di inedito o con una completezza totale dell’argomento trattato, non avrebbe certo guastato.

In conclusione una mostra degna di essere vista dagli appassionati fumettomani ma anche da coloro che vogliano approfondire una conoscenza magari superficiale, dei personaggi incontrati al cinema o per sbaglio su qualche canale televisivo. Peccato appunto per una mancanza di voglia di stupire o informare più a fondo, o almeno questo è quello che ho percepito dopo il mio attento e interessato giro. Ben vengano comunque queste iniziative, in grado di dare lustro al fumetto continentale e americano (ne ha sempre bisogno) e di contribuire a dare dignità al mezzo ed ai personaggi di fantasia. Voto: 7

Psycho

L'articolo è stato pubblicato  anche sul sito di Panini Comics: clicca su: http://www.paninicomics.it/WizOnLine.jsp?Action=Carica&Id=12633

 

Il Custode - USA 2006
Regia di Tobe Hooper, produzione: Eagle Pictures

Il periodo estivo si sa, per sua natura, non è molto congeniale al cinema e quindi all’uscita di nuove pellicole nelle sale. C’è spazio dunque per una distribuzione di film “minori” spesso a basso budget, di vari generi, i cosiddetti B-Movie, che se proposti in altre stagioni, sarebbero destinati a finire direttamente nel mercato dell’home video, saltando un passaggio fondamentale per visibilità e quindi incassi. Il film in questione, è uno di questi come dimostra il budget bassissimo, il cast selezionato e la data di messa in distribuzione.

Non sempre però capita di scovare B-Movie di tale fattura e regia. Dietro la macchina da presa infatti, niente-meno che Tobe Hooper, già regista di pellicole fondamentali per il genere horror come “Non aprite quella porta” (l’originale) e “Poltergeist”. Una garanzia di qualità e di horror vecchio stampo quindi, con cliché consolidati e trame classiche. Ed infatti la trama non promette nulla di innovativo: una famiglia si trasferisce in una casa infestata da una strana presenza e andrà incontro al proprio inevitabile destino senza poter più di tanto cambiare il corso degli eventi.

I cliché del genere ci sono proprio tutti, dal cimitero nel giardino di casa, al bambino/mostro che si addolcisce davanti al viso di una bambina, alla super biondina tettuta destinata alla magra fine che il suo ruolo chiama ecc. C’è persino spazio per il torvo becchino misterioso, che tutto sa e poco rivela.

Ma fin dalla prima scena le cose non sembrano quadrare appieno…Insomma quale razza di famiglia (la scelta degli attori è stata calzante: tutti sconosciuti e bruttissimi) anche nel più classico e stereotipato degli horror, si trasferirebbe in una specie di obitorio fatiscente con vista cimitero e cappella mortuaria? Chi terrebbe nel salotto le bare ripiene di cadaveri da imbalsamare (la madre di famiglia fa l’imbalsamatrice) con la bambina che ci guarda dentro in tutta tranquillità?

E ancora perché mai, ogni scena sembra tremendamente accentuata nella sua irrealtà?

Siamo sicuramente di fronte ad un capolavoro del genere TRASH-HORROR senza essercene resi conto. I segnali ci sono, ma non si colgono fino a più di metà film. Ogni scena è surreale, nel suo tentare di sembrare reale oltre al credibile. Inoltre le scene horror ci sono e le atmosfere pure, ma tutto sembra troppo finto. Ebbene tutto è studiato dal regista per creare una parodia horrorifica nel rispetto del genere! Ogni stilema classico viene tirato in ballo, ricreato e “sfottuto”. Geniale! Un film trash davvero sui generis. Lo consiglio a tutti i cultori del genere, mentre lo sconsiglio vivamente a tutti gli altri: rischiereste di rimanere delusi. Sicuramente non tutti lo apprezzeranno, ma è indubbio che si tratti di un film di culto per come sa meta-analizzarsi. Le scene splatter non mancano, quelle da sbellicarsi perché orrendamente grottesche nemmeno, il tutto fatto con un gran stile. Per farvi un paragone, pensate alle scene surreali dell’originale “Non aprite quella porta”, quando tutta la famiglia schizoide è radunata attorno ad un tavolo per la cena con le proprie vittime come commensali, e dei personaggi sullo sfondo che non si sa cosa ci azzecchino in quel contesto. Insomma Hooper già aveva gettato le basi anni fa per questo nuovo genere trash-horror all’interno di un horror per eccellenza. Con il custode le basi vengono ampliate e re-inventate. Come si scrive geniale?

Psycho

Silent Hill - USA, Francia, Jappone 2006
Regia di Christophe Gans, produzione: Eagle Pictures

 

Nel 1999 fece la sua comparsa sugli scaffali dei negozi di videogiochi di tutto il mondo, un titolo oscuro, innovativo nel suo genere horrorofico: Silent Hill. In un attimo i record di vendita andarono polverizzandosi già nella prima settimana, e ad un anno dall’uscita del titolo erano già milioni le copie del videogioco per consolle presenti sul mercato. Un colpo straordinario messo assegno dalla storica Konami. Nasceva così un nuovo modo di interpretare i videogiochi “dell’orrore”, totalmente diverso da quello proposto dal capostipite del genere Resident Evil. Più tensione, mistero, enigmi, caos, nebbia, sangue, nervosismo. Nuovi ingredienti che accompagnati da una grafica per allora spaventosa (anche se la nebbia in dosi massicce era più finalizzata a coprire errori di grafica più che per creare atmosfera), contribuirono a ridefinire il genere in questione. Negli anni successivi, naturalmente, non avrebbero potuto che succedersi sequel su sequel del videogioco: ognuno più terrificante del precedente, il che consegnò definitivamente alla storia la serie Silent Hill. Il 4° capitolo è uscito da un anno e mezzo circa ed ha confermato il trend positivissimo di vendita per Konami, tanto che in contemporanea all’uscita del terzo sequel, la casa di produzione video-ludica, decise di mettere in produzione Silent Hill The Movie.

Il film è appena uscito nelle sale italiane, e si basa sulla trama del primo capitolo della saga, anche se pesca a piene mani da idee, inquadrature, soluzioni narrative viste negli altri capitoli. Le aspettative erano davvero molto alte, anche perché derivanti dal fatto che il videogioco rappresenta davvero uno nuovo traguardo per il genere horror, che, nato su pellicola, ha trovato forse solo con giochi come Silent Hill la piena espressione della propria potenzialità.

Il “trans” rappresentato dal joypad rappresenta infatti un mezzo fortissimo con cui vivere l’avventura e realizzare la piena immedesimazione dello spettatore/giocatore, punto fondamentale e limite (in senso matematico) verso cui il cinema di questo genere punta inevitabilmente.

E’ chiaro che il cinema non può avvalersi del tramite joypad, e questo non può che rendere meno coinvolgente l’esperienza filmica. Proprio per questo le aspettative per attorno al film  erano elevatissime e rischiavano di essere disconfermate inevitabilmente in negativo. Tuttavia, anche se il videogioco resta per sua natura irraggiungibile, dopo una visione attenta del film, posso dire che si tratta di un gran bel film d’atmosfera horror. Dimenticatevi le classiche atmosfere alla “Nightmare on Elm Street” o alla “Casa” o quelle più recenti e fruibili di “The Ring” o “The Eye”. Qui siamo di fronte ad un horror diverso dai classici, e molto più complesso visivamente ed “emozionalmente” della new wave japanese. Le ambientazioni, le inquadrature e la colonna sonora sono identiche a quelle del videogioco e da lasciare senza fiato. E quello su cui il regista ha puntato è sicuramente il ricreare un’atmosfera disagiate e spiazzante per lo spettatore, senza abusare nell’utilizzo di mostri o “spaventi”.

La trama scorre liscia, senza troppe invenzioni rispetto a quella del videogioco, ma un grande neo del film è quello di rivelare tutto nel finale, facendo scomparire quell’alone di mistero che caratterizza tutta la pellicola e la rende unica. Nel finale si prova la stessa sensazione di delusione provata con Matrix 3 (e che forse si proverà con la seria Lost)…molto più affascinante il mistero, rispetto alla soluzione finale che per forza sarà meno bella di quello che ci si era immaginati.

Come accennato poi, non vi è un utilizzo massiccio di mostri, e se da una parte questo è un merito, altrimenti si finisce nello splatter forzato come spesso accade, dall’altra suona come uno spreco. I pochi mostri che appaiono infatti, sono tra i più belli mai visti in celluloide, come tra il resto quelli dei video-giochi erano tra i più belli e complessi mai concepiti. In particolare segnalo la presenza del mostro dalla testa corazzata, assoluto protagonista di Silent Hill 3.

Resta in conclusione, un po’ di amarezza per quello che si poteva fare in più con tanto materiale a disposizione, come non svelare alcune cose più affascinanti se lasciate nel mistero o esplorare un po’ meglio la psicologia dei personaggi. Il film comunque è ben fatto e nel complesso credo non lascerà deluso nessun fan della serie, ma nemmeno gli amanti del genere horror, che Silent Hill onora in pieno.

Psycho

Glory Road - USA 2006
Regia di James Gartner, produzione: Walt Disney

                                 

Il 1966 cambiò il modo di giocare a basket, il modo stesso  di  concepirlo. A volte ci si dimentica della storia di questo sport, bombardati come si è, dalle gesta dei campioni moderni. Ecco allora puntuale, in pieno stile americano, un film di ottima fattura che ci riporta indietro agli anni dell'aparteid, a quando il basket non era roba da "nigger". O perlomeno così si ostinavano a pensare i bianchi del tempo.

Il film narra delle gesta di coach Don Haskins e della sua squadra, Texas Western (tuttora esistente e militante nel campionato colleggiale NCAA) che nel '66 riuscì, sovvertendo ogni pronostico, a raggiungere la finale NCAA con u quintetto composto per 3 quinti da giocatori di colore. E che giocatori. Il film ben raffigura il sentimento d'odio per i giocatori neri che, fisicamente meglio strutturati per lo sport in questione e dotati di maggior talento, stavano salendo alla ribalta nelle palestre e nelle strade americane. A dire il vero mi aspettavo che il regista sapesse ricreare un'atmosfera più cupa e tesa, rispetto a quella effettivamente rappresentata nel film, tuttavia le tensioni razziali all'interno della stessa squadra di Texas El Paso e tra squadre avversarie, sono fortemente palpabili e realizzate in modo molto intelligente, non pedante o retorico.

Ciò che lo spettatore deve avere ben in mente, è che in quegli anni le squadre a qualsiasi livello, dalle minors alle leghe professionistiche, nel 99% dei casi non schieravano colored tra le loro fila. Ecco appunto, il 99%...

Texas Western contro ogni pronostico con il suo quintetto atipico temuto-odiato, riuscì però ad arrivare in finale, nel film molto ben "giocata" basandosi su vecchie foto e filmati dell'epoca ma sopratutto su racconti di testimoni oculari, tra i quali anche Pat Riley (oggi allenatore dei Miami Heat). Pat a quei tempi vestiva infatti la maglia di Kentuky, università per figli di papà bianchi allenata da Adolph Rupp e che arrivò appunto in finale contro Texas. Come ben rappresentato nel film, la partita sembrava vinta fin prima di cominciare dagli Wildcats ma, l'orgoglio di Texas che per l'occasione schierò un quintetto interamente di afroamerican, ebbe la meglio e quel 75 a 62 finale, cambiò per semprre il gioco del basket.

Perfino Adolph Rupp, razzista di prim'ordine, ed il nome di battesimo stava quasi lì a sottolinearlo, dovette ricredersi sulle sue convinzioni e pochi anni dopo, reclutò il primo giocatore afroamericano che abbia mai vestito la maglia di Kentuky (tutt'ora comunque università bianca per definizione). Texas, con Billy Jones King e compagni fece capire al mondo il significato di uno sport senza confini razziali. Era il power to the people  che si manifestava in tutta la sua potenza. E quell'incredulo quanto ingenuo "Mom, I am a World Champion" pronunciato da uno dei protagonisti della "fiaba", penso rappresenti meglio di qualunque altra frase o singola sequenza, l'incredulità di una comunità, quella black, che stava lottando con tutte le sue forze per dimostrare semplicemente di esserci, e di contare quanto gli white men, e che nella vittoria dei Miners, trovò un ulteriore spinta per affermarsi.

Prima di Sweetwather, prima dei Public Enemy, prima di Ray Robertson, ci fu Texas Western, e per fortuna esiste un film ben fatto come questo a ricordarcelo. E, ben più importante, esiste un posto nella Hall of Fame per quella squadra.

"Sacrificed yo, the name of the revolution is Basketball" - Public Enemy

Psycho

 

Terkel in Trouble - Danimarca 2004
Stefan Fjeldmark, Thorbjørn Christoffersen, Kresten Vestbjerg Andersen.

Film d'animazione danese in computer grafica, Terkel è la storia di un ragazzino dallo stesso nome che affronta la propria quotidianità fatta di scuola, di amici e di rapporti difficili con i propri genitori e la propria sorellina.Bisogna subito dire che Terkel non è un film per bambini, anzi è un cartone animato molto lontano dal politicamente corretto. Per i temi e le situazioni affrontate Terkel ricorda molto la serie americana South Park, in cui i ragazzini sono cattivissimi e cinici. Terkel è fondato su diversi registri, che vanno dall'umoristico all'horror (il titolo originale è per l'appunto Terkel e l'horror) passando per la critica sociale ed intra-generazionale. Quest'ultima è rivolta soprattutto alla società del nord Europa, in cui esiste il fenomeno per noi curioso secondo il quale molte coppie si sposano con i figli già grandi.
Ma il film affronta problemi anche molto comuni al giorno d'oggi e in Italia, come il tema del bullismo nelle scuole e dell'emarginazione. Il tutto è condito da un linguaggio crudo e pieno di parolacce. Anche la violenza è spesso estrema, grottesca, senza limiti.
Terkel come è ormai tradizione invalsa per i film d'animazione straniera, sfoggia un cast di doppiaggio d'eccezione. Nel ruolo della madre e del padre di Terkel abbiamo Lella Costa ed un ironico Claudio Bisio che nel film ha un solo tipo di battuta: "No!". Ma soprattutto abbiamo Elio e le Storie Tese, che hanno avuto anche l'onore di adattare le canzoni del film.
Forse è un film da vedere accompagnati, ma che non farà male vedere ai genitori. Oggetto di critica, sicuramente estrema, da parte del film è proprio la lontananza generazionale, nella misura in cui i genitori non sono più in grado di comprendere i problemi dei propri figli.

Luca Zorzi

Tributo a Jay Dilla

Si è spento lo scorso 14 febbraio  James Yancey aka Jay Dee. Era affetto da una rara malattia renale contro la quale lottava ormai da qualche anno. Se n'è andato così, in punta di piedi, uno dei produttori più umili ed innovativi della scena hip hop underground americana. Autore di dischi indimenticabili come Champion Sound (in tandem con Madlib) e Welcome 2 Detroit e di una miriade di collaborazioni per artisti come Common, Roots, Madlib, Pete Rock, Pharcyde, Busta Rymes e una miriade d'altri. Appena un mese prima della morte è uscito il suo ultimo disco: "Donuts" che vi consiglio caldamente. Il mixaggio e le ultime produzioni della track list, sono state da lui realizzate direttamente sul letto d'opedale che lo ospitava per i suoi ultimi giorni di vita. Il suo canto del cigno, e che canto signori. Un disco strumentale di vera cultura nera, nel senso più ampio possibile del termine. Questo breve scritto vuole essere solo un omaggio ad un uomo, prima che produttore e dj, che mi ha fatto provare attraverso i suoi dischi, delle forti emozioni. I dischi di Common prima ancora del progetto Jaylib, mi sono entrati nel cuore e nessuno potrà cancellare le vibrazioni positive che pervadono ogni suo lavoro.

Se non conoscete Jay Dilla, non conoscete Detroit ed il suono "operaio" che la caratterizza musicalmente.  Per fortuna siete tutti ancora in tempo a recuperare i suoi cds. Ascoltateli bene e lasciatevi trasportare da quei beat ruvidi.

Ho voluto pubblicare questo breve epitaffio nella categoria visioni, perchè J le visioni ce le aveva per davvero. Visioni sonore.

Per Info, biografia e discografia: www.stonesthrow.com

Psycho

Murcof – Live at Zo Cafe’

Non è davvero facile lasciarsi andare totalmente nelle sonorità di un nuovo cd. Non è nemmeno facile trovare qualcosa che ti colpisca al volo, fin dal primo ascolto. E a ben vedere quello che ti colpisce fin da subito spesso perde molti punti in longevità. Io dal canto mio preferisco i dischi che escono sulla distanza, quelli stratificati, con diversi livelli di ascolto. Puoi carpirne alcuni significati e sonorità al primo ascolto, approfondirli al secondo e captare suoni nuovi anche ad un anno di distanza. Prendete Fantastic Damage per esempio, o un qualsiasi album di Sole o Prefuse 73, Miles Davis. Non è facile quindi che un album, un artista, mi piaccia fin dal primo istante. Anzi, non voglio che mi piaccia subito.

 E’ per questo che mi sono addirittura stupito dall’effetto devastante che ha avuto sul mio organismo, l’ascolto dell’esibizione live di Murcof. C’è chi lo conosce come Terrestre (il suo alter ego più ritmico) altri con il suo vero nome: Fernando Corona. Io ringrazio Marcello per avermelo idealmente presentato. Murcof è un produttore di musica elettronica messicano, davvero atipico nelle sonorità e nelle ritmiche. Non mi sento di affrontare troppo in profondità il discorso tecnico riguardante le sue produzioni. Troppo. Semplicemente troppo per essere descritto da chi non abbia una decennale esperienza nel campo. Quello che vorrei riuscire a descrivere però, sono le mie emozioni, le suggestioni che il dj è riuscito a crearmi.

Il concerto si è svolto allo Zo Caffè in Via Berti a Bologna, locale che definirei lounge (tanto per usare un termine tanto in voga a cui ognuno può dare un significato diverso) e a metà tra un pub e un caffè degli artisti. Già l’esserci nel locale ti mette in pace con te stesso. Libri da prendere in prestito, cd, fumetti...buon vino e tanta buona musica. Di qui ci sono passati anche i Kill the Vultures (che roba!) e dj da amare solo per la fase selecta, immaginate per le produzioni originali. In quale locale al posto dei biglietti da visita/flyers puoi trovarci dei segna libri personalizzati? Davvero una gran atmosfera.

Ok fine della publicity. Tempo di Murcof. Ore 23.00, nella sala luci soffuse e forme strane proiettate sulla parete. Parte la musica. BOW! David Lynch è tra noi! Si viaggia sulla Mulholland Drive, ti viene da guardare in giro e cercare “chi ha ucciso Laura Palmer”.L’atmosfera è unica davvero. Da film Lynchano appunto. La musica è quanto di più pensato possa trovarsi. Non costruita, ma di una naturalezza e al tempo stesso di un tecnicismo assoluti. Il beat innanzitutto non è un beat, nel senso che non scandisce il ritmo delle tracce ma ne diventa suono e complemento sopraffino. Non è facile anche solo pensare ad una cosa del genere. Usare il beat come suono. I suoni puramente sintetici poi, non suonano affatto sintetici e sembrano provenire da realtà parallele, nel senso che non riesci a capire da che parte provengano. Talmente ben ideati e compenetrati alla traccia.  Mentre Murcof suona ti ritrovi a pensare a mondi lontani, a oscuri monasteri in lande desolate nei quali ti immagini di risvegliarti da solo, d’improvviso…preso dall’istinto di vivere.

Non so, per me è stata una sensazione mai provata ad un concerto. Positiva oltre modo. Peccato solo per il pubblico poco rispettoso e chiacchierone. Un po’ più di religioso silenzio non avrebbe guastato all’atmosfera. Un plauso comunque a Fernando Corona, e anche al suo pizzetto via. Se volete provare qualcosa di nuovo siete ben indirizzati.

 Info sui live allo Zo Caffe’: www.zocaffe.it

Psycho

V for Vendetta – Alan Moore e David Loyd – DC Comics (Vertigo)

“Remember remember the fifth of november”

 Inizia così una delle più belle graphic novel di tutti i tempi: V for Vendetta. Un capolavoro assoluto nel suo genere, che mai era riuscita ad arrivare al grande pubblico (come la maggior parte dei fumetti non seriali) e quindi a riscuotere il successo che in realtà meritava.

A 20 anni dalla sua prima pubblicazione (in Italia per Magic Press) la novella rimaneva fino a qualche mese fa, un  fumetto di culto. Un oggetto da collezione che solo in pochi potevano vantare esposto nella propria libreria, anche a causa di una prima tiratura da parte di Magic Press molto esigua.

Con l'uscita della stupenda pellicola però, lo sfruttamento commerciale dell'opera di Alan Moore e David Loyd è arrivato puntuale. Ora V si trova in 5 versioni diverse: l'edizione extra-lusso, la riedizione dell'originale magic press, l'edizione economica per edicola, l'edizione in allegato ad XL (mensile di repubblica) e perfino in formato libro per Rizzoli. Come dire, prima non se lo ca…va nessuno, ora per ovvie questioni di marketing, l'opera ne esce quasi svilita e sovraesposta.

Per fortuna il film comunque è di assoluto livello, rispettosa del fumetto o meglio, del suo spirito. Il finale e le trovate troppo politicamente scorrette ideate da Moore sono state stravolte, e infatti alla fine la trama non risulta così geniale come quella che l'autore britannico aveva ideato (Moore per questo l'ha letteralmente ripudiata e non ha voluto assolutamente comparire nei credits del film, né restare legato alla DC comics per la quale ha rescisso il contratto).

Tuttavia il clima orwelliano dell'opera ricreato in celluloide, risulta identico a quello del fumetto. Addirittura molte scene, per chi ha già letto l'opera, sembra di averle già viste in quanto la sceneggiatura originale è stata molto ben rispettata (non ai livelli di Sin City ovviamente).

V è un terrorista buono (si, si può essere dei terroristi buoni come spiegato nel film) che intende liberare Londra dal giogo dei potenti (vi suona familiare) a capo di un governo dispotico in un futuro distopico non troppo lontano dal clima post undici settembre (e anche qui le simbologie si sprecano). Come dite? Tutto già Visto? E' qui che vi sbagliate…Moore scrive tutto questo nel 1981 (come del resto Orwell aveva fatto nel 1948!). L'opera è talmente potente ed attuale, che in qualsiasi periodo storico la si legga può essere interpretata diversamente. Leggerla o vedere il film ora non può che far riflettere sull'attuale situazione geo-politica e vi assicuro, c'è da farsi venire i brividi…Il futuro apocalittico ipotizzato non è poi così distante da quello che stiamo vivendo nel mondo reale.

Davvero una gran trasposizione cinematografica comunque, che segna un altro punto a favore per la DC comics dopo Batman begins, Sin city e a History of violence. Vedremo come contrattaccherà ora la Marvel con gli imminenti X-men 3 e Ghost Rider.

La speranza  è che alla fine questi film portino il grande pubblico a comprarsi il fumetto. Purtroppo questo succede solo di rado o solamente a ridosso del film. Intanto però,  gli appassionati di sempre, possono vedere le loro letture prendere vita sullo schermo e condividere con altri le proprie passioni senza essere necessariamente guardati come se provenissero da un altro pianeta. E questo vi assicuro è già molto…

 Quello che mi mancherà non è l'uomo, ma l'idea che vi era dietro”

Psycho