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Pinch
Underwater Dancehall
Tectonic
(2008)
Dovevamo
aspettarcelo dopo il fenomeno Burial, il fiorire di una serie di
progetti più o meno affini al fenomeno di casa hyperdub. Il dubstep,
musica dai confini estremamente fumosi per definizione e mescolanza
mai troppo diretta di generi estatici, è un fenomeno non nuovo ma
sicuramente al suo apice artistico/mediatico in questo momento. Chi
viene dopo Burial però è quasi certo di essere paragonato al
fenomeno e non sfugge al gioco quindi nemmeno questo disco di Pinch,
Underwater Dancehall. Non fosse che, come nel caso del socio di cui
sopra, siamo anche qui di fronte ad un produttore con una sua
identità prescisa, con le idee non sempre troppo chiare (vedi la
decisione di produrre un doppio disco, uno di strumentali e l’altro
“with vocals”) ma di indubbia personalità.
Le atmosfere che si
respirano nelle 10 tracce (lunghezza davvero ottimale) sono di per
se racchiuse tutte in modo magistrale nel titolo dell’album: si
parla di dancehall subacquea con bassi estremamente espansi,
frequenze sotto ai 60 hz e suoni minimal elettronici a condire e
vivacizzare il tutto. Il ritmo è quasi sempre sostenuto (Get Up
la vedo ballabilissima al Cielo club) anche se non mancano i
rallentamenti di una profondità maledetta; i vocalist chiamati a
condire le strumentali, sono sempre all’altezza del loro compito con
menzione d’onore per il reggae-rap di Juakali, soprattutto in
Brighter Day aka il miglior pezzo del disco.
Parecchia atmosfera,
ventosa, anche da Airlock: pezzo oscuro con incursioni di
suoni taglienti nel vero senso della parola e rallentamenti
riflessivi. Pinch perde il colpo forse solo a metà strada del suo
viaggio con un paio di episodi in cui sembra mancare la fantasia ma
il percorso intrapreso è sicuramente interessante (One Blood, One
Source fa intravedere qualcosa di Fela Kuti a livello di
contenuti) anche perché strizza leggermente l’occhio ai club inglesi
che in questo momento sono aperti a questo tipo di sonorità. Se
Pinch riuscirà a mantenere viva l’attenzione sul pubblico
underground e al contempo risvegliare qualche ballerino del venerdì
sera, magari in cerca di una nuova estasi music, avrà sicuramente
trovato la sua strada. Burial è lontano ma a questo progetto un bel
7 non lo leva nessuno.
Psycho
Hangar
18
Sweep The Leg
Definitive Jux
(2007)
Sono tornati!! Dopo
3 anni on the road ed uno passato chiusi in studio, come ci tengono
a sottolineare nel booklet dell’album, gli Hangar 18 sono di nuovo
tra noi con un album che di def jux può avere poco o tutto.
Difficile decifrarlo alla prima occhiata…con quella copertina
totalmente anacronistica dai colori psichedelici e francamente
dall’accostamento di dubbio gusto. Apri il book e dell’immagine anni
’80 che ti sei fatto non rimane nulla…la grafica non è ripresa
all’interno…ci sono solo loro, gli Hangar vestiti per andare in
chiesa alla domenica con delle facce tutt’altro che stereotipate.
Loro sono così…giustapposti per definizione! Def juxiani fino al
midollo sotto questo aspetto, si discostano un po’ dai Rob Sonic
(ottima uscita anche la sua con Sabotage Gigante), dagli Aesop Rock
dai Vast Aire, per i loro suoni presi in prestito all’estetica anni
’80 appunto, dai sintetizzatori analogici. Le contaminazioni sono
più jazz (e la traccia Bad ne è la manifestazione più
lampante) ma sconfinano anche nel rock, e qui l’influenza di EL-P si
fa sentire anche se prende forme anche molto lontane. PaWl
confeziona tutte le basi del disco, tutte più o meno attorno ai 100
bpm, a volte anche di più tanto che qualche traccia potrebbe
tranquillamente essere ballata a ritmo frenetico in qualche rave.
Tim & Ian sputano
rime ed incastri al fulmicotone, di un livello pazzesco, ad una
velocità impressionante, Last Stop porta questi concetti ad
un altro livello! Virtuosismi e contenuti vanno di pari passo e pure
le gag da “band” (si definiscono così) affiatata quali sono.
Rispetto al loro ultimo lavoro, quello del debutto, questo disco ha
un ritmo più sostenuto, più frizzante, meno cupo e più ‘80s anche
nella scelta dei synth elettronici fatta in modo sapiente per
suonare low-fi in modalità 8bit. Pure l’art work dell’album richiama
nel lettering questo intento riuscito. Originalità è la parola
d’ordine e Sweep The Leg in questo stupisce ad ogni traccia. Pure il
titolo è originale: è un espressione tratta da un film di arti
marziali del 1980 in cui il maestro Sensei Kreese of the Cobra Kai
Dojo urla al suo seguace sul ring "sweep the leg!"...da cui una
serie di magliette di culto con tale scritta.
Sweep the Leg è un
album che probabilmente non suona Def Jux come il precedente ma è
più Def Jux del precedente (!). C’è anche un tocco minimal, cosa che
non è molto comune ad un album jukie… Un disco che sa di ossimoro e
proprio per questo merita molta considerazione. Quelli che erano a
New York a luglio al Rock The Bells se ne sono certamente accorti…si
narra di un live strepitoso dei nostri.
Psycho
GIORGIO MORODER
Non vi parlerò di un disco, ma di
un uomo........con i baffi!
Flashdance,
Scarface, La Storia Infinita,
American
Gigolo...solo
dei gran film? oppure dei film
divenuti storici anche grazie alle loro colonne sonore? E voi lo
sapete di chi fu lo zampino? ebbene di un grandissimo italiano, un
nome a molti giovani sconosciuto. Chiedete alla mamma: chi
è
Giorgio Mororder? Saprà rispondervi. Una leggenda nel campo della
composizione musicale degli anni ‘70-‘80 ma non solo, perchè
anche padre della musica elettronica.
Moroder nasce ad Ortisei, nel
1940. Il buon altoatesino, cresciuto tra monti e canti ladini,
decide di non studiare il pentagramma, ma di riscriverlo
completamente senza nozioni musicali. Scopre cosi il sintetizzatore,
i buoni buonissimi vecchi Moog, e ad orecchio ci inizia a
suonacchiare qualche melodia! Madre natura vorrà fornirlo di una
grande dote, così Giorgio crea un suono tutto suo, elettrico/rockeggiante,
a tratti più
melodico ma sempre ritmato alla grande!
Ebbene
il suono moroderiano ha illuminato talmente tanti artisti che si
è
reso tappeto musicale di innumerevoli album disco-rock a dir poco
storici. Qualche nome? Donna Summer, Janet Jackson, Graham Nash,
Queen, Bowie, oltre ai nostrani Celentano e Bennato. Andrei avanti
per righe e righe...
Giustamente i migliori produttori hip hop e trip hop/elettronica,
senza dubbio estimatori del mito Gardenese, non hanno resistito alla
tentazione di campionare le sue migliori soluzioni melodiche o le
batterie sintetiche! Dj Shadow ha fatto suo l’organo di “Tears”
sfornando Organ Donor (grazie signore), E=MC2 di Dilla (r.i.p.)
è
frutto di un campione dell'omonima canzone di Moroder, i Coldcut,
Krush...e chissà in quanti! Ci sta provando anche il sottoscritto
con “I wanna Funk with you tonight”, un viaggio elettronico con un
groove da paura!
Parlo
a te, rapper, metallaro, truzzo (non c’è molta speranza, ma ci
provo), rockettaro, bulbo! Se ancora non hai nulla del Moroder,
acquistalo in fretta (consiglio specialmente E=MC2 e From here to
Eternity), è
un must per ogni orecchio! Legend...ed
è
pure nostro!!!
P.S.:
la colonna sonora delle prossime olimpiadi
è
stata affidata a lui
Max Producer
Pharoahe
Monch
Desire
SRC records
(2007)
Otto lunghissimi anni. Al confronto l'attesa per il disco di El-p
impallidisce...
Tanto c'è voluto a Monchi Monchi per uscire dalle briglie legali in
cui era imprigionato e metterlo in quel posto a tutte quelle case
discografiche che gli hanno impedito di uscire con il suo secondo
lavoro dopo il magnifico e acclamatissimo Internal Affairs.
E' passata una vita da quell'album, tempo durante il quale al nostro
è successo di tutto: fallimento della Rawkus a parte, si era parlato
dell'affiliazione ormai raggiunta con la Shady Records che per
fortuna si è rivelata a quanto pare una bufala!
Alla fine comunque tra mille voci, aspettative incredibili e fan
stremati dall'attesa, il secondo disco del miglior MC vivente (se la
gioca solo con Aesop Rock tra i contemporanei) del faraone supremo è
finalmente sul mercato!! Preceduto dal singolo Body Baby che ha
fatto gridare al miracolo in molti, Desire si presenta al pubblico
come una gemma incastonata in questo 2007 ricco di uscite
importanti. Le aspettative sono state rispettate in pieno, anche se
forse dopo il singolo, per altro prodotto addirittura da Universal
su 12", personalmente mi aspettavo qualcosa di ancora più fuori di
testa. Il livello è ottimo, anche perchè siamo davvero davanti ad
uno dei migliori mc mai atterrati su questo pianeta per flow,
contenuti, metriche e
chi più ne ha più ne metta. L'eccellenza assoluta però rimane un po'
lontana, forse a causa delle basi, non sempre brillantissime e dal
piglio un po' troppo classico. C'è da dire però che i campioni
utilizzati e soprattutto la virata verso il suono "Roots" grazie al
supporto di una band in carne ed ossa, fa suonare il tutto in modo
estremamente caldo e sfaccettato e soprattutto lontanissimo dal
suono omologato del giorno d'oggi. Alcune tracce spiccano su tutte
le altre: prima ovviamente Body Baby con quel piglio funky e
quel ritornellino alla Elvis in grado di sciogliere i b-boy di tutto
il pianeta. Superba poi la coscienziosa When the gun draws
nella quale Pharoahe si ferma a ragionare sull'assurda legge
americana sulla detenzione delle armi da fuoco (il tutto raccontato
dal punto di vista di un proiettile!...vedere il video!!!). Ottima
anche Push realizzata niente meno che con la band funky
storica dei Tower of Power! Ma ogni traccia meriterebbe un
approfondimento, compresa la cover dei Public Enemy Welcome to
the Terrordome re-interpretata con quel flow irresistibile!
C'è tanta cultura black, e
tanta consapevolezza in questo disco. Tanta rabbia per essere
rimasto imbrigliato nelle maglie del music business, trasformata
però in positività creativa anzichè in inutile e pedante invettiva
contro il sistema come accade ormai per la maggior parte degli
artisti che si autodefiniscono hiphop.
Il faraone è tornato e
speriamo di non dover attendere altri 8 anni per il prossimo album.
Voto 8, ovviamente...
Psycho

EL-P
I'll Sleep When you are dead
Definitive Jux (2007)
Gli ci sono voluti 4
anni di sperimentazioni sonore, di strade intraprese e percorse
interamente verso un ampio spettro di generi musicali: jazz, metal,
elettronica e spoken words. 4 anni nei quali El-p non ha mai smesso
di ragionare sui suoni più diversi per carpirne l’essenza e poterli
fare propri all’interno dell’album definitivo (per ora). Dopo
Fantastic Damage infatti, album che ha cambiato il modo di intendere
l’indie hiphop, El-p non si è fermato ma ha continuato a fare uscire
progetti “alternativi” come Collecting the Kid o High Water, ed a
collaborare con artisti della scena rock indipendente americana (Nine
Inch Nails e Tv on the radio i più conosciuti) che lo hanno portato
a far parte di una scena “altra” che trascende i generi, che non può
essere incanalata in semplici definizioni e che, in fin dei conti,
incarna la ragione stessa di esistere della cultura hiphop.
E’ così che tra un
influenza e l’altra, tra frequentazioni dinamiche, è nato quel
mosaico sonoro che è I’ll sleep when you are dead. Album atteso e
già mitizzato prima della sua uscita. Credo che l’unica definizione
possibile sia capolavoro. Non uno di quelli immediatamente
riconoscibili e fruibili, come un Raffaello, ma più come un Dalì.
Uno di quei capolavori su più livelli che forse non sarà oggi capito
fino in fondo perché troppo avanti ed eversivo. Un disco che tra 20
anni e al miliardesimo ascolto, riuscirà probabilmente ancora a
celare qualche mistero sonoro.
Impatto del primo
ascolto? Devastante. Categorie totalmente spezzate ed incapacità
di classificazione di ciò che si sente. Generi totalmente strappati
ai loro nomi, decostruiti e re-inventati in un contesto di rap
schietto, malato, cinico come la realtà che el-p affresca con le sue
liriche ed i suoi suoni industriali. Un approccio alla Dalek, nel
carpire l’essenza del nostro tempo, ma ancora più profondo. I’ll
sleep when you are dead è la frase idealmente pronunciata da una
malinconica e spietata New York all’umanità in declino, è il canto
di un uccello malato che tenta di librarsi in cielo solo per
bruciare al contatto con il sole. E’ la caduta eterna e sempre più
veloce, di un corpo solido lasciato a vagare nello spazio, solo,
senza angeli a salvarlo e le fiamme eterne ad attenderlo. Tutti
concetti che escono dalla musica di un genio. Dalla mente di
un’artista che dopo gli album che ha fatto e l’esposizione che piano
piano è riuscito a guadagnarsi, avrebbe potuto uscirsene con
qualcosa di più facile, di maggiormente incanalabile, ma che ha
invece deciso di portare tutto al livello successivo. Quello a cui
l’emulo di turno arriverà con anni di ritardo se mai ci arriverà.
Francamente
oggi come oggi, tra i migliori 10 album mai realizzati da un’artista
rap (proprio perché prima d’ora nessuno aveva realizzato qualcosa di
simile se non el-p stesso). Ah, i featuring?
Trent Raznor, Cat Power (post tentato suicidio), Tv on the
radio, Aesop Rock, Mr Lif, Mars Volta…niente a che vedere neanche
qui con il 90% dei dischi rap.
Il disco più maturo
di El-p è anche il più malato, il più inquieto forse, come
percepibile fin dalla frase presa da Twin Peaks per l’intro.
Fantastic Damage c’è ma è addirittura superato se possibile. I suoni
sono più rotondi e maturi rispetto a quel disco, i messaggi
sublimali sono…più subliminali e le distorsioni…più distorte.
E allora
ascoltatore: pick your poison. Decidi dove perderti. Inizia ad
ascoltare le linee di basso o le batterie sincopate, oppure segui le
melodie distorte e decostruite. Scegli quando svegliarti dal viaggio
e quando riprenderlo. Scegli El-p ed il suo mondo mai uguale a se
stesso. Ogni ascolto una novità, un suono in precedenza non notato.
Un urlo tradotto in musica. Quello di un’artista-genio, quello di
una generazione consapevole…
Psycho
Rjd2
The Third Hand
XL (2007)
Con un album di cui
si sta già parlando tantissimo, nel bene e nel male, è tornato Rjd2.
Giunto al suo quarto disco ufficiale, il primo per un’etichetta
diversa dalla Definitive Jux di El-P, il poliedrico producer
accasatosi alla XL, ci propone uno dei suoi lavori più riusciti.
Sono già lontani i tempi in cui a farla da padrone su Deadringer
erano mc come Blueprint, El-P, Vast Aire.
In the Third Hand
infatti, il nostro va oltre ai suoni proposti fino a questo momento,
oltre ai limiti autoimposti da una scena hiphop autofagocitante ed
in fase di chiusura come non mai. Rjd2 apre strade nuove incontrando
il rock anni ’60 e la psichedelica in puro stile Beatles. Con
cantati leggeri, soffusi, misto fra rock appunto e soul delicato.
Una prova di indubbia maturità che nasce forse anche dalle
esperienze fatte al fianco di El-P in casa def jux e dalle di quest’ultimo,
divagazioni jazzistiche. Il suono nuovo è però ben fedele al suono
più classico di Rjd2, tanto che è impossibile non riconoscerne le
batterie pastose o le melodie più elettroniche suonate sempre con
gusto hip hop nel senso di catalizzatore di altri stili/generi.
Qualcuno ha paragonato il nuovo corso del producer, a quello ancora
indeciso ed ondivago di Dj Shadow ma sinceramente in questo momento
non c’è niente che li possa accomunare. La direzione psichedelica
qui è ben intrapresa e non sembrano esserci indecisioni nel suo
stile. Tra l’altro per l’occasione, il nostro ha totalmente
abbandonato i campionatori e l’uso massivo dei piatti, suonando
personalmente ogni strumento che sentiamo nel disco. E sta volta ci
ha messo pure la voce, di insospettabile bellezza in cantati eterei
come Take it easy manifesto perfetto del nuovo corso. Picchi
altissimi anche le tracce dallo stile più simile a quello del
passato come Get it e Beyond.
Un album che non
lascia indifferenti e anzi, al primo ascolto spiazza parecchio ma
che già dal secondo entra piano piano sottopelle. E proprio per
questo è destinato a durare nel tempo. Voto 8
Psycho
Dalek
Abandoned Languages
Ipecac (2007)
E’ da circa 2
settimane che ascolto questo disco e non posso più farne senza.Disco
profondissimo, pensato eppure così spontaneo come solo i Dalek,
cerebrali a più livelli ma non ne senso classico del termine, sanno
essere.
Abandoned Language è
il loro sesto lavoro (contando EP e collaborazioni full lenght
varie), uscito in un 2007 dove probabilmente si correrà solo per il
secondo posto data l’imminente uscita del nuovo disco di EL-P.
Secondo posto però a dir poco dignitoso, se così sarà, per i Dalek.
Dopo 5 prove dove il noise l’ha fatta da padrone, insignendo il
gruppo sostanzialmente ad “inventore” di un genere nuovo, l’industrial
hiphop, arriva questo disco, così fedele al suono Dalek eppure così
diverso, più maturo, a tratti soffuso nel suo essere sfrontatamente
“industriale”.
Lo metti in cuffia,
ti stendi sul letto (locus ameno per questo tipo di trip), chiudi
gli occhi e davanti a te: scenari post apocalittici, industrie
metallurgiche che fondono insieme suoni, culture e metallo, film di
Lynch che scorrono senza sosta (una traccia si intitola proprio
Lynch…inutile riportare che atmosfere ricorda) ma anche
degradazione, disagio attuale, tra guerre al terrore e perdita di
coscienza, di se stessi. Tutto questo in un disco, nelle sensazioni
che evoca, ascolto dopo ascolto. Dalek mai così “soffusi” eppure mai
così diretti. Il rumore così sfrontato negli altri dischi, Absence
del 2005 ne è l’esemplificazione, da protagonista diventa scenario.
Non sottofondo, scenario: in quanto perfetto complemento per le
movenze della voce dell’Mc (calmo, poetico, in contrasto voluto con
la base, non monotono come secondo qualcuno). Tutto calcolato oppure
tutto viscerale? Un misto delle due cose. Certo è che il risultato
lascia senza fiato. Come nella traccia che dà il titolo all’album,
dove dopo 7 minuti di tempesta, ne arrivano 3 di pura quiete, di
liberazione, di speranza. Si avverte forse uno spiraglio, la cupezza
dei primi dischi non sommerge qui tutto l’album ma lo accompagna
verso una possibile salvezza. Appunto, possibile ma non certa.
Qualcuno già si è
affrettato a dire che questi “nuovi” Dalek, hanno perso la loro
cattiveria e la loro originalità con essa, io credo che in Abandoned
Languages abbiano trovato l’esatto modo di esporre un certo disagio
moderno, nei testi e ancor prima nelle atmosfere evocate, non
ricorrendo come nei precedenti dischi (geniali per altro) al rumore
assordante che tutto rifiuta e rinnega, ma accettando in modo
consapevole la modernità e provando a conviverci. Questo li ha
portati inevitabilmente a toni più sommessi, ma non per questo
soffocati. La loro grandezza sta nell’interpretare il nostro tempo e
credo che questo disco sia la loro rappresentazione più riuscita. Al
di là delle interpretazioni più sovversive e più “di rottura” del
passato.
Psycho

Mos Def
True Magic
Geffen (2007)
Finalmente torna a
deliziarci con le sue doti canore e di rapping il mai troppo lodato
Mos Def. Criticato pesantemente ultimamente negli Stati Uniti dalla
stampa bianca e messo in cattiva luce per le sue affermazioni
(veritiere) sulla gestione del governo Bush del post uragano Katrina
a New Orleans, è stato ingiustamente allontanato dalla scena
mainstream alla quale si era affacciato ormai da tempo ma senza mai
cadere nel gioco facilone: hiphop da club – produttori da hitparade
– soldi a palate – fuoco di paglia – successo effimero – sdegno dei
vecchi fan. Mos Def è rimasto sempre coerente con se stesso,
proponendo un suono molto identificativo e sentito. Anche con punte
di sperimentazione. E il tutto gli è sempre riuscito benissimo fino
a The New Danger, vero e proprio scivolone forse non ancora
perdonatogli da chi si aspetta ad ogni uscita un nuovo Black on
both side (di difficile replicazione).
Con True Magic, il
discorso riparte da qualche anno fa, da prima di New Danger, anche
se non con la stessa potenza sonora dato che le basi non sempre
sostengono il talento eclettico dell’ex Rawkus. Ed è proprio il
suono dell’impareggiabile ex etichetta (riaffacciatasi solo ora alla
ribalta dopo il fallimento ma con tutt’altra attitudine…) a mancare.
Manca profondità, ricercatezza nei suoni. Per fortuna Mos salva
tutto con prestazioni liriche da pelle d’oca come in Dollar Day,
la critica al governo americano sopraccitata. Lo stato di The Big
Easy viene qui antropomorfizzato e incarnato in una ipotetica Lady
Lousiana maltrattata dalle forze dell’ordine e privata dei suoi
figli di colore da un amministrazione razzista, nonostante i finti
sorrisi alla casa bianca della nera sbiadita Condoleeza Rice. Come
dire… più le cose cambiano…
Molto impegnato
quindi Mos Def, a differenza di altri suoi colleghi in tutt’altri
testi impegnati. Il disco prosegue poi con una incantevole prova in
Napoleon Dynamite…inutile dire a chi sia ispirato il pezzo
(personaggio cinematografico ormai di culto). Murder of a Teenage
poi è la traccia che Fifty e soci avrebbero sempre voluto scrivere
non riuscendoci mai, Perfect Timing e A Ha escono invece
fluenti dalla mente apertissima dell’Mc il quale sfiora in più
occasioni il cantato/recitato. E questa vena canterina esce anche su
Crime & Medicine, traccia che nasce e si sviluppa sulla base
di RZA (un vecchio classico) su cui ai tempi GZA diede il meglio di
se con “when the mcs came”. Niente di eccezionale la
rivisitazione di Mos Def, ma un piacevole divertissment all’interno
di un album comunque impegnato e che esce sulla distanza (le prime 5
tracce a livello di basi sarebbero tranquillamente tutte skippabili
non fosse per il suo timbro vocale così caldo).
Il suono della
Rawkus è ormai lontano nei dischi di Mos Def che per rilanciarsi
totalmente dovrebbe forse tornare a fare coppia con il buon Talib
Kwely che al contrario continua (con Liberation) grazie a gente come
Madlib, a sfornare suoni molto più caldi ed avvolgenti stile vecchia
scuola ma in maniera nuova. True Magic rimane comunque un disco
dignitoso grazie alla magnifica voce dell’Mc e ai suoi testi
conscious, peccato per il supporto sonoro davvero al di sotto del
par. Voto 6,5
Psycho

Amy Winehouse
Back in Black
Universal (2007)
Qualcuno per favore mi
spieghi da dove se ne è uscita questa dea della musica! Ok è
inglese, ok non ha più di vent'anni ma volete anche dirmi che è
l'erede ideale di Billy Holiday??
Ebbene si, nessuna
esagerazione questa volta. Basta far partire il disco per rendersene
conto. "Rehab" è la prima di 11 perle Nu-Soul con altissime punte
Jazz e Swing come non si sentivano forse da quarant'anni. Davvero,
la sensazione è quella di essere tornati indietro nel tempo. Ci si
ritrova a spingere rewind non solo nel proprio sound system ma anche
nella propria mente. Ecco allora che vaghi in cerca di un appiglio
storico in cui ti ricordi di aver sentito quella musica. Non occorre
essere nati negli anni '40 per riconoscere che un suono tale non si
sentiva da tempo nell'era moderna. Boom, catapultati indietro tra
Holiday appunto e Ray Charles. Solo che ogni nota non suona datata o
come intaccata dal tempo: è tutto freschissimo. Nessuna base, nessun
campionamento: tutto suonato rigorosamente nel 2007. Effetto
deflagrante. Lauryn Hill in versione Jazzata praticamente.
Il titolo del disco non
poteva essere più azzeccato: "Back to Black", e di black vi posso
assicurare che ce n'è davvero tanto. Un ponte ideale tra i gloriosi
anni '60 in cui il Jazz era davvero vivo, ed il ventunesimo secolo
caratterizzato dalla ribalta dell'hip hop. Praticamente il
sogno di un amante di black music. Billy Holiday con i bassi
dell'era moderna e la voce pulita della registrazione digitale (qui
c'è lo zampino del produttore Newyorkese Mark Ronson).
Un singolo di Amy gira pure
in radio...per fortuna! Si tratta di "You know I'm no good" (mai
titolo fu meno azzeccato in questo caso!). C'è di che rallegrarsi
quindi in questo inizio 2007 anche perchè Amy sembra non essere
l'unica sulla scena a riportarci questo suono "New-Old". Da tenere
d'occhio infatti anche Nicole Willis, svedese dalla voce vellutata
pronta a sconvolgere ai livelli di Amy. E se si torna ad andare in
questa direzione con i mezzi di oggi, non si può che gioire per il
futuro della musica.
Che altro aggiungere se non
COMPRATEVI QUESTO DISCO A SCATOLA CHIUSA!!! O quanto meno fatevi un
giro sul sito ufficiale di Amy:
http://www.amywinehouse.co.uk/.
Sono sicuro che poi avrete qualcosa di cui parlare con i
vostri amici amanti di musica. Voto 10.
Psycho
Dr.
Octagon
Octagonecologyst
Dreamworks (1996)
Peeping Tom, il
lavoro di Mike Patton e del collettivo Anticon di cui potete
leggere nella sezione “Visioni”, ha avuto molti meriti, tra gli
altri quello di portare a conoscenza del “grande pubblico”
l’esistenza di alcuni nomi noti fino ad ora soltanto ai cultori
dell’underground rap americano. Ciò non può che far bene al
movimento sotterraneo, un po’ di visibilità, che c’è stata eccome,
non fa mai male soprattutto se porta il pubblico alla riscoperta di
questi carneadi del sottobosco. Tra i protagonisti più informa del
disco succitato, si ritrova Kool Keith il quale qualche anno
fa (anno di grazia 1996) sfornò un capolavoro di rap hardcore (nel
senso crudo del termine) che venne accostato già al tempo ad
Endtroducing…di Dj Shadow per la portata innovativa
all’interno della scena. Dr. Octagon per l’esattezza è l’alter ego
di Keith, per l’occasione supportato alle produzioni da Dan the
Automator (non a caso tra i produttori di Peeping Tom) e agli
scratch semplicemente da colui che dello scratch ha fatto una
professione: Dj Q-Bert. Con questi nomi il disco non poteva
che promettere bene, ma il risultato superò anche le più rosee
aspettative di Kutmasta Kurt (regista del progetto).
Nell’underground diventò un vero e proprio disco di culto, ed è non
a caso segnalato anche dal recente libro HIPHOP di Paolo Ferrari
(Editori Giunti) tra gli ascolti fondamentali per chi volesse
approfondire la conoscenza del rap underground.
Il
disco si snoda attorno al personaggio principale, Dr. Octagon, il
quale tra invasioni aliene e pratica di ginecologia misogina, ci
fornisce un affresco surreale e atipico del mondo underground
stesso. Kool Keith e Dan attingono a piene mani per campioni, suoni
e rime, da quell’immaginario extradimensionale e terrestre diffuso
negli anni ’90 e presente in altri dischi dell’epoca come in
Funcrusher Plus dei Company Flow e poi più tardi in Cold
Vein dei Cannibal OX. Un viaggio terrificante e grottesco,
alternato da visioni schizoidi, suoni spaziali e intermezzi
spassosissimi di ginecologia…molesta! Da provare a massicce dosi di
riascolti: Blue Flowers, 3000 e
Earth People, perle incastonate in una cornice diamantina. Il
flow di Keith è avvolgente e preciso ed a tratti ricorda Erik B per
tonalità, le basi sono cupe e geniali, gli scratch riempiono in
alcuni pezzi delle intere strofe. Stra consigliato a tutti gli
amanti della musica rap o a quelli che si stanno avvicinando a
prodotti un po’ ai margini magari anche grazie all’ascolto di
Peeping Tom ;-).
Segnalo infine
l’uscita dell’ideale sequel di questo disco: The Return of Dr.
Octagon, uscito nell’ottobre 2006 a 10 anni dal suo predecessore
e purtroppo inferiore a questo per freschezza innovativa e basi. Il
rap è sempre quello dell’MC newyorkese ma il resto del team è
totalmente cambiato e si sente purtroppo. Menzione d’onore comunque
per la traccia aliena
Aliens di cui esiste anche un
video stile b-movie anni 60 scaricabile nella nostra sezione VIDEO
RAP.
Psycho
Lyrics
Born
Overnite Encore: Lyrics Born Live!
Quannum Project (2006)
Primo disco live per
Lyrics Born, super eclettico mc e producer del progetto Quannum
ideato dagli altrettanto eclettici Blackaliciuous. Overnite Encore
segue nel tempo il primo disco apprezzatissimo dalla critica “Later
that day…”, il secondo fatto di remix (in realtà vere e proprie
rivisitazioni dei brani) e alcuni inediti dal titolo “Same shit,
different day” e l’introvabile “Lyrics Born Variety Show!” costruito
con molte tracce degli album precedenti ma anche molti inediti e che
fa da colonna sonora ad un ideale programma televisivo by Quannum.
Il live è registrato
interamente in Australia, davanti al calorosissimo pubblico di due
delle città più rappresentative d’Oceania: Sidney e Melbourne. Si
compone di 17 tracce registrate in presa diretta con una qualità
audio impressionante: fare pompare i bassi per credere, e 2 pezzi
nuovi di zecca più un remix registrati in studio. Tutto lo
spettacolo è suonato rigorosamente con orchestra dal vivo, con tanto
di strumenti tipici delle funky-band degli anni ’70. Lyrics in
effetti sembra assumere su di se la responsabilità di portare avanti
un certo tipo di suono che affonda le sue radici nella seconda metà
degli anni settanta, quel groove caro a James Brown e
impersonificatosi poi nella persona di Gorge Clinton, in Bootsy
Collins e Viktor Wooten. Il tutto senza arrivare a quei livelli di
pulizia tecnica e musicalità, anche perché con forti contaminazioni
hip hop, ma se dobbiamo eleggere un erede dei sopraccitati mostri
sacri, Lyrics si candida di diritto tra i membri della ipotetica
lista da cui pescheremmo, a fianco di altri suoi compagni di
etichetta (Chief Excel, Gift of gab, Lateef e Tony Guerriero su
tutti).
17 tracce di energia
pura, con il pubblico in delirio, puro funk. Per dare un’idea della
potenza: mi ha riportato subito alla mente quel capolavoro live che
fu qualche anno fa: “The Roots come alive”, favoloso disco dal vivo
suonato dai Roots, leggendario gruppo di Philadelphia.
Disco da gustare
muovendosi come dei pazzi anche perché ragazzi, stare fermi è
impossibile!! Non so dirvi per quanto riuscirete a stare senza
ri-ascoltarlo dopo il primo ascolto…di sicuro non per molto! Le
tracce migliori della breve carriera dell’artista ci sono tutte: da
Stop Complaining a Calling Out passando per Bad
Dreams e I do that thing. Ognuna è ri-arrangiata per
essere suonata da un orchestra live e acquista così maggior carica
ed incisività.
Sidney in the house, Lyrics Born on da mic, if you love put your
hands in the air make some noise!!!
Psycho
www.pandora.com
Parliamo
finalmente del fenomeno Pandora.com! Un sito semplice e ormai
essenziale, dove bastano pochi colpi di tastiera ed un click per
godersi e scoprire dell’ottima musica. Una vera e propria stazione
radiofonica on-line, completamente gratuita, ma questo lo saprete
sicuramente tutti o quasi. Mi sono informato su ciò/chi che c’è
dietro e voglio trascrivere due cosette.
L’inventore della
“radio perfetta” si chiama Tim Westergren, musicista rock (dall’età
di 8 anni) indipendente che aprì il sito web nel 2000. E’ lui che ha
messo in piedi il Music Genome Project, il cervello di Pandora: “un
software musicale che analizza, classifica, rimastica e propone
brani a comando”. In un’intervista afferma: “Volevo trovare un modo
di aiutare i musicisti a trovare più facilmente il loro pubblico […]
Ho deciso di mettere questo progetto su carta, e crearci attorno
un’azienda. Pandora è nata così”.
I primi anni sono
stati ardui, raccogliere abbastanza soldi era un’impresa: “Siamo
rimasti senza stipendio per 3 anni”! Poi la pubblicità, non troppo
invasiva ma importantissima, ha portato al progetto la linfa per
poter continuare.
Oggi Pandora ha ben
100 dipendenti, ed è in continua crescita (si prevede l’arrivo di 20
nuovi dipendenti entro poco tempo). Gli utenti registrati, tra i 18
e i 35 anni, si aggirano attorno ai 4 milioni! Agli ordini di
Westergren lavorano ben 45 musicisti, gente che ascolta musica dalla
mattina alla sera e forse anche la notte, e che cataloga i brani di
nuovi autori ed aggiorna la radio. 500 sono le canzoni aggiunte ogni
giorno!! 500 000 la stima dei brani catalogati.
Nessuno paga per
essere inserito nel giro. Nulla è scaricabile, altrimenti addio
legalità! Pandora è il futuro della musica.
Max

Jay Dilla
The Shining
(2006)
BBE
Primo disco postumo
di Jay Dilla aka Jay Dee aka la hiphop. The Shining è la luce di cui
brillano i suoi beat, i rap degli amici che gli rendono omaggio
dando meglio. The Shining è un regalo alla musica nera, anzi alla
musica in generale perchè sarebbe riduttivo confinare l'opera di
Dilla (tutta) solo in una categoria. Questa è musica che fa vibrare
le corde dell'anima.
E' passato
relativamente poco dalla morte di Yancey, ma questo disco era già
pronto da qualche mese, e per pronto intendo che tutti i beats e i
raps erano già stati completati. A quelli di BBE è toccato solo
sistematizzare e ordinare il tutto. Niente è stato prodotto da
altri. Qui dentro c'è solo Dilla, la sua anima soul. I Dilla'
friends chiamati ad intervenire sul disco sono quelli che erano più
vicini a Yancey. Si va quindi da Madlib (come al solito
cesellatore), Busta Rhymes (che introduce tutti al disco su
di un beat tanto storto quanto incisivo) a Common, passando da Black
Thought, Pharaohe Monch, D'angelo e Dwele (che sforna una delle tracce più belle e sentite
dell'anno).
Sembra che tutto
ruoti intorno al producer di Detroit, e che nessuno abbia avuto il
coraggio di fare una strofa tanto per esserci. D'altra parte con
Dee, o davi il meglio o tanto valeva restarne fuori. Come con Miles,
James Brown, Charlie Parker. I nomi citati non sono ovviamente
casuali perchè The Shining come Donuts, come Welcome to Detroit e
come tutti gli altri lavori del producer, non possono che nascere da
lì e rendere omaggio a quelle persone che hanno creato la musica
moderna.
Ad ogni traccia ti
ritrovi a Detroit, in questo momento ancora una volta vero punto di
riferimento per la musica nera grazie a Madlib, Oh no, Anne Muldrow
e ovviamente a Dilla. Ogni beat è costruito con campioni colti,
ascoltare Body Movin vero proprio inno ai Run DMC (peace Jay
Master Jay), Emcee Square ode alla vita e al rap sulle cui
batterie si sprigiona un Common che tutto è tranne che comune...da
brivido. Come non sentire un fremito all'ascolto poi di Love
Jones, costruita con quel campione che anche il nostro
Kaos usò per Dio Lodato di Joe Cassano.
Ma si potrebbe
citare qualsiasi traccia. Ognuna da forti emozioni, non lascia mai
indefferenti, sia in versione rappata che strumentale. Ma ogni beat
è anche un colpo forte al cuore: l'amara consapevolezza che ogni
traccia che stai udendo e anche una cosa in meno che ti rimane da
ascoltare di Jay Dee. Certo, rimane molto di inedito e prima di
esaurire tutto ci vorrà del tempo (speriamo che i suoi lavori non
vengano profanati come con Tupac).
Non rimane che
ascoltare questo album e la lucentezza che sprigiona (ogni citazione
a Kubrick anche nell'LP è puramente voluta) con tutti se stessi. Ad
un'artista così va reso omaggio con l'ascolto attento. Ogni
sfumatura è preziosa, profumata, calda. Se non avete ancora
incrociato la strada di Dilla, fatelo ora volontariamente. Non è mai
troppo tardi per perdersi tra le sue note. Peace James Yancey.
Psycho
Method Man
4:21...the day after
(2006)
Def Jam
A vederlo lì davanti alla folla
impazzita e adorante, urlare rime su rime con quella voce roca e
vellutata allo stesso tempo non l’avresti mai detto. Quella notte al
Link tutto poteva saltare alla mente, tranne che Method se ne era
appena uscito con un disco fiacco come pochi altri della scuderia
Wu-Tang (e di fiacchetti negli ultimi 5 anni ce ne sono stati a dir
poco). Pieno di collaborazioni marcissime, commerciali al limite del
parossistico. Ma grazie a Dio era lì su quel palco a sputare “the
real shit” sui suoi adepti, a dimostrare dal vivo di essere ancora
uno dei migliori su piazza.
Naturale quindi che lo si
attendesse al varco dopo l’infelice Tical the Prequel (salvabile
solo The Motto…vero e unico ma altissimo plus del disco), con il
disco che sarebbe uscito circa un anno e mezzo dopo: 4:21 the Day
after.
Già dal titolo e dalle
dichiarazioni di Johnny Blazer si era capito subito che questa
volta le cose sarebbero state diverse, se non un ritorno alle
origini, quantomeno un disco più sentito e grezzo, con meno lustrini
concessi gentilmente e a forza dalla Def Jam. Si va bene le
dichiarazioni, ma la realtà dei fatti? Beh che dire, Ticallion
Stallion c’è riuscito, si è rimesso in carreggiata dopo i colpi di
testa con Missy Elliot e soci. Niente di paragonabile ovviamente al
seminale e ruvido Tical, né al più cesellato ma sporco Judgement
Day, ma qualcosa di quel vecchio fervore, anche un pochino nelle
basi, qui si è tornati a sentirlo finalmente. In realtà non c’è
niente che non vada in the day after, la tecnica del rapper è forse
la migliore tra i rapper conosciuti al grande pubblico, forse in
assoluto. Stona qualche beat ancora troppo pulito, stride qualche
concessione al melodico ma tracce come It is Me e Presidential
Mc con RZA e Raekwon non sfigurano certo difronte alle perle che
la fenice ha sfornato in questi 10 anni e passa.
A penalizzare forse
eccessivamente Method sta volta ci si mette l’eccessivo numero di
tracce: 20 tonde. Alcune fanno un po’ da riempitivo e la sensazione
è che se l’album fosse stato composta da 15 pezzi avrebbe potuto
essere ancora più incisivo e d’impatto.
Comunque un buon lavoro che gli
amanti del Wu-Tang apprezzeranno, se non altro anche solo per la
traccia in collaborazione con Lauryn Hill…(Say) poesia pura.
Meth torna ad essere promosso, ancora con qualcosa da recuperare a
settembre in termini di “cattiveria”.
Voto: 7
Psycho
Outkast
Idlewild
(2006)
Universal
Pazzesco! Un vulcano in
eruzione…un flusso magmatico di emozioni, suoni e colori. Musica
concreta che aiuta a viaggiare e sognare. Gli Outkast sono tornati!.
Idlewild è il titolo del loro
film/musical in uscita ad ottobre nelle sale cinematografiche
americane per Universal Film, nonché il titolo dell’album contenente
25(!) tracce concepite dal duo di Atlanta come colonna sonora al
film.
Idlewild è la perfetta sintesi
e fusione delle due anime outkast: quella funky-hop di Big Boi e
quella Jazz-Blue-Funky-Soul di Andre 3000. Dopo essere usciti con il
doppio album Speakerboxx/The Love Below dove i 2 si separavano
fisicamente e a livello di stili musicali ma rimanendo sempre un
gruppo unito e unico, con Idlewild l’album torna ad essere uno
singolo ma con i 2 stili diversi perfettamente amalgamati. Un passo
ulteriore avanti non da poco.
Ad ogni ascolto si può
apprezzare la complessità delle tracce (praticamente tutte suonate
anche da Andre in persona) che pescano a piene mani da 60 anni di
musica nera. Il tutto senza campionamenti. Tutto è assolutamente
originale. Ogni nota vibra di colore nero e vero. Ogni singola nota.
Si va dal Soul (N2U, Chronometrofobia) al Blues che neanche
Joe Cocker (Idlewild Blue, Infatuation) passando per il funky
alla James Brown condito con colti suoni Jazz. La traccia forse meno
“carica” è quella scelta come singolo per le radio Mighty “O”,
ma non per questo non estremamente godibile. Il bello è che
comunque il tutto è fortemente amalgamato…sembra un concept album
sulla black music. All’hiphop ci si arriva grazie alla voce
inconfondibile di Big Boi ed ai suoi ritmi incalzanti (The Train)
mentre Andre 3000 sempre più artista a 360 gradi, sa deliziare
con i suoi canti infondendo Funky e Soul in ogni traccia. Niente che
stona, niente fuori posto…nemmeno la confezione: stupenda con
l’ologramma in copertina, che inclinato a destra fa vedere Big Boi
versione anni ’40 e inclinato a sinistra mostra Andre versione
pianista jazz. Rimane quindi l’idea di far risaltare le 2 anime del
gruppo, ma come detto e come mostrato dalla copertina, qui sono più
unite e fuse insieme cha mai. E’ possibile fare meglio di così?
Probabilmente al momento no. Gli Outkast hanno davvero carpito e
fatto propria l’essenza dell’hiphop, da dove trae le sue origini,
dove deve tornare per essere quella forza rivoluzionaria che fu
negli anni ’80. Non si tratta di un esaltazione edonistica delle
proprie conoscenze musicali o di un autocompiacimento estetico.
Questa è musica, senza barriere, fatta con coscienza, sapienza,
pazienza (i 2 si sono chiusi in studio per 2 anni praticamente). E
scusate se è poco.
Poi sinceramente…quale album
ormai contiene 25 tracce e di questa qualità? (gli skit sono
veramente pochi e fondamentali). Roba da pelle d’oca.
Non ci resta che attendere il
film in uscita, io sinceramente non vedo l’ora. Già la colonna
sonora (riduttivo chiamarla così) vale il prezzo del biglietto. Voto
9
Psycho
Dj
Shadow
The Outsider
(2006)
Island
Josh Davis è
tornato! E' uscito finalmente, quello che è solo il suo terzo album
ufficiale dopo il seminale capolavoro assoluto Endtroducing e
l'ottimo Private Press: The Outsider. Il rischio nel giudicare un
album di Shadow è sempre quello di paragonarlo a quel monumento all'hiphop-dub-sperimentale
che fu Endtroducing. A volte infatti per un artista un singolo
capolavoro può diventare una vera e propria maledizione, un
confronto inevitabile e spesso perso in partenza. Ma Shadow non se
n'è curato molto ed ha profuso ogni suo sforzo nel realizzare
qualcosa di nuovo per lui e per i suoi fan. Il risultato è un album
estremamente eterogeneo, che esplora almeno 5 generi musicali: Il
nu-soul melodico nella intensa e lacrimevole What Have I Done
con Christina Carter, l'hiphop più electro in tutta la prima parte
del disco (pre-dominante comunque nell'album), la drum&bass con
The Tiger, ma anche il pop più psichedelico grazie alle voci di
Chris James e Pizzorno. Chiude l'escursus tra i generi la traccia da
pelle d'oca, vero omaggio ai maestri del Blues: Broken Levee
Blues. C'è posto insomma per tutti i generi amati dall'artista
(e presumibilmente anche da chi acquista un suo lavoro) e il tutto
suona dannatamente bene. Il disco non è sicuramente di facile
fruizione, esce sulla distanza una volta inquadrata la portata dello
sforzo del DJ. Se ne parlerà a lungo di The Outsider, e immagino,
della traccia che più mi ha fatto esclamare: "è tornattooooo!!!" aka
Backstage Girl rappata da Phonte (voce simile a Black Thought
dei Roots) su un tappeto-beat magistralmente confezionato con quel
gusto pastoso e morbido che Shadow ha saputo portare nell'elettronica-dub
fin dagli esordi. Pur essendo il suo disco meno hip-hop nel
complesso perchè fortemente eterogeneo, colpisce non poco la
presenza di molti rapper della scena indie (ma cè anche spazio per
Q-Tip in una traccia dal piglio funky tipicamente Quannum a cui
partecipa anche Lateef the Truhtspeaker) a rappare su basi
estremamente ascoltabili nel loro ordine caotico. Colpiscono quindi
anche i beat più minimali e clubbing della ballabilissima Turf
Dancing e la ritmata e folle chiusura con Dats My Part.
Un disco che si presenta come un contenitore di generi quindi:
l'atmosfera compatta di Entroducing è relegata qui a singoli episodi
(Triplicate ed Erase you nella fattispecie) ma il
risultato è stupefacente. The Outsider va ascoltato, comprato,
riascoltato e compreso prima di formulare un giudizio esaustivo, ma
è fortemente candidato ad essere uno dei dischi dell'anno. Dopo un
adattamento necessario alle nuove differenziate sonorità, credo che
nessun amante di Shadow possa far passare inosservato questo disco.
Voto: 8
Psycho
Busta
Rhymes
The Big Bang
(2006)
Aftermath / Interscope
Erano almeno un paio d’anni che
non sentivo un disco mainstream suonare così bene.
Busta se ne è uscito da circa
un mesetto con questo prodottino niente male, piacerà sicuramente
sia alle teste hiphop più esigenti che ai b-boy “clubbisti”. Ci sono
voluti 3 anni prima di ascoltare The Big Bang, tempo necessario a Dr.Dre
per confezionare un lavoro di ottima fattura come sempre, radicato
nell’underground da una parte (vedi produzioni di J Dilla e Erik
Shermon) e ammiccante verso un suono mainstream consolidato
dall’altra (Timbaland e Dre hanno fatto il grosso del lavoro). Busta
poi ha sicuramente tirato fuori il meglio di se, anche se i troppi
featuring (Q-Tip, Nas, Missy Elliot ecc) hanno limitato di molto le
sue strofe. Touch it resta la traccia meglio riuscita
dell’album soprattutto per le sue abilità di cambiare tonalità di
voce, passando con estrema scioltezza dallo stile “urlato” a quello
più sussurrato, stili questi che caratterizzano proprio il flow
dell’mc fin dagli esordi. Al mega contratto firmato con Aftermath,
Busta ha fatto corrispondere anche un nuovo look per rinfrescare la
sua immagine: addio vecchi dred e pelliccione e benvenuti capelli
corti e giacche in pelle nera. Si è anche lui conformato un po’
all’immagine classica del rapper new yorkese ma sicuramente non da
un punto di vista musicale: alcune basi, pur suonando pompose,
riescono comunque a far muovere la testa anche a chi nell’hip hop
ricerca qualcosa di più che beat talmente grassi da sfondare le
casse del proprio stereo.
Nel complesso The Big Bang è un album solido, realizzato da un
professionista con un budget holliwoodiano a disposizione e con alle
spalle uno dei migliori produttori su piazza.
Ascoltatevi Touch it per
l’appunto o Been Trough the Storm con Stenie Wonder (il quale
saputo del sodalizio tra Busta e Dre, ha voluto fortemente
partecipare all’album) e ancora Legend of the fall offs
concepita su di un beat creato con il rumore di una pala che scava
una fossa (il risultato è di forte impatto). Non sono avvezzo
solitamente a fruire questo tipo di rap pulito e a tratti pomposo,
ma qui si parla davvero di un grande come Busta Rhymes: il suo stile
è unico e riesce ancora a sfornare prodotti di questa fattura
nonostante oltre 10 anni di carriera. Gimme some more è
lontana, ma l’attitudine è rimasta la stessa. Busta è ancora sulla
scena e dopo un album del genere gli si può perdonare, forse, anche
le scappatelle musicali davvero tristi con Mariah Carey.
L’unica vera nota stonata del
prodotto nel complesso: il booklet, estremamente pacchiano e
disordinato, un minimo di cura estetica in più non avrebbe guastato.
Dateci un ascolto comunque, Busta non delude (quasi) mai.
Psycho
Jurassic
5
Feedback
(2006)
Interscope
Tornano finalmente i
Jurassic 5 dopo un periodo di assenza durato anche troppo per gli
amanti dell’hip hop più sincero. Feedback è il loro nuovo lavoro,
che esce in contemporanea (ma per un’etichetta diversa) all’album
del loro leader spirituale ed effettivo Cut Chemist. Mentre però il
lavoro di quest’ultimo rientra più in un filone di hiphop
sperimentale, Feedback si presenta, come nel classico stile Jurassic
5, più come un disco di old school rap. I suoni sono estremamente
freschi, anche se in alcuni punti un po’ troppo sintetici (come in
Radio), ma appunto, il disco non tradisce mai l’intento di
suonare vintage.
Si tratta di uno di
quei dischi che fanno esclamare: questo è hip hop. Schietto,
diretto, con pochi fronzoli e tanta sostanza. Nessuna
sperimentazione, anzi tanti omaggi a dischi soul del passato e al
funky degli Sly and The Family Stones (si ascoltino a tal proposito
In da House e Baby Please).
Nulla di eclatante
ma esattamente quello che ci si aspettava dal gruppo. Un tributo al
buon rap. Penso valga la pena segnalare un disco del genere, che non
si scosta molto dai lavori passati dei Jurassic 5, per sottolineare
come esistano ancora dei rapper e producer legati al “back in the
days” senza per questo suonare datati. Importante inoltre
evidenziare come per fare del buon hip hop, non sia obbligatorio
sperimentare a tutti i costi e narcisisticamente, ma basti saper
interpretare gli insegnamenti dei “padri” in chiave moderna, per
farne uscire un disco onesto, che magari non rivoluzionerà il modo
di fare musica né il genere in cui si inserisce, ma sicuramente farà
muovere il collo dell’ascoltatore in modo sincero e “colto”.
Consigliato in particolare ai neofiti e ai nostalgici di un certo
suono pulito, ma retrò. Jurassic 5: i custodi dell’old school rap,
il feedback non può che essere positivo, ancora una volta.
Psycho
Alias
& Tarsier
Brookland/Oaklyn
(2006)
Anticon/Goodfellas
Dopo l’uscita di Lillian,
disco prodotto assieme al fratello polistrumentista Ehren, Alias
ritorna in gran forma e se ne esce con il suo quarto lavoro. Questa
volta è Tarsier, talentuosa cantante, a bussare alla porta di casa
Anticon, ed il produttore la accoglie offrendole dell’ottima musica
su cui poter intonare le note candide della sua voce. L’atmosfera
risulta immediatamente rilassante, gradevole. Melodie scelte e
campionate (suonate?!) alla perfezione, impressionanti loop di
batteria (mi viene in mente Amon Tobin) che esplodendo sporcano le
tracce ma non vanno mai a franare sulla voce, non rovinano mai il
magnifico ambient suond; risultano paradossalmente “freneticamente
rilassanti”! Trovate geniali e suono che sicuramente non avrà deluso
nessun buon estimatore dei seguaci di Sole!
Brookland/Oaklyn non vuole
comunque sorprendere, ma piacere. Il titolo parla da solo: due
realtà musicali a confronto, un riuscita splendida, ma ripeto, non
ricca di sorprese. Da sentire in cuffia per cogliere le sonorità più
profonde, veramente un gran bel viaggio melodico. Ma quanto mi piace
il cosiddetto suono Anticon? Ha qualcosa di diverso…
Per finire, collaborazioni di
Dose One, che rappa in Luck and Fear (che bella
traccia ragazzi!!), Kirsten McKord e Telephone Jim Jesus
(bella li). Non c’è molto da dire, forse che molti paragonano le
corde vocali di Tarsier a quelle della più nota Bjork (per darvi
un'idea). ASCOLTATELO, lo consiglio vivamente!
Max |