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RECENSITI X VOI:

PINCH
HANGAR 18

MORODER
PHAROAHE MONCH
EL-P

RJD2

DALEK

MOS DEF

AMY WINEHOUSE
DR. OCTAGON LYRICS BORN PANDORA        THE SHINING METHOD MAN OUTKAST           DJ SHADOW BUSTA RHYMES JURASSIC 5   ALIAS & TARSIER GNARLS BARKLEY FABRI FIBRA  SOUL POSITION  JAY DILLA ZEROUNOTREUNO MARC MAC ZAMPA E JACK S. PREFUSE 73      SAGE FRANCIS

 

Pinch
Underwater Dancehall

Tectonic (2008)

 

Dovevamo aspettarcelo dopo il fenomeno Burial, il fiorire di una serie di progetti più o meno affini al fenomeno di casa hyperdub. Il dubstep, musica dai confini estremamente fumosi per definizione e mescolanza mai troppo diretta di generi estatici, è un fenomeno non nuovo ma sicuramente al suo apice artistico/mediatico in questo momento. Chi viene dopo Burial però è quasi certo di essere  paragonato al fenomeno e non sfugge al gioco quindi nemmeno questo disco di Pinch, Underwater Dancehall. Non fosse che, come nel caso del socio di cui sopra, siamo anche qui di fronte ad un produttore con una sua identità prescisa, con le idee non sempre troppo chiare (vedi la decisione di produrre un doppio disco, uno di strumentali e l’altro “with vocals”) ma di indubbia personalità.

Le atmosfere che si respirano nelle 10 tracce (lunghezza davvero ottimale) sono di per se racchiuse tutte in modo magistrale nel titolo dell’album: si parla di dancehall subacquea con bassi estremamente espansi, frequenze sotto ai 60 hz e suoni minimal elettronici a condire e vivacizzare il tutto. Il ritmo è quasi sempre sostenuto (Get Up la vedo ballabilissima al Cielo club) anche se non mancano i rallentamenti di una profondità maledetta; i vocalist chiamati a condire le strumentali, sono sempre all’altezza del loro compito con menzione d’onore per il reggae-rap di Juakali, soprattutto in Brighter Day aka il miglior pezzo del disco.

Parecchia atmosfera, ventosa, anche da Airlock: pezzo oscuro con incursioni di suoni taglienti nel vero senso della parola e rallentamenti riflessivi. Pinch perde il colpo forse solo a metà strada del suo viaggio con un paio di episodi in cui sembra mancare la fantasia ma il percorso intrapreso è sicuramente interessante (One Blood, One Source fa intravedere qualcosa di Fela Kuti a livello di contenuti) anche perché strizza leggermente l’occhio ai club inglesi che in questo momento sono aperti a questo tipo di sonorità. Se Pinch riuscirà a mantenere viva l’attenzione sul pubblico underground e al contempo risvegliare qualche ballerino del venerdì sera, magari in cerca di una nuova estasi music, avrà sicuramente trovato la sua strada. Burial è lontano ma a questo progetto un bel 7 non lo leva nessuno.

 

Psycho


Hangar 18
Sweep The Leg

Definitive Jux (2007)

 

Sono tornati!! Dopo 3 anni on the road ed uno passato chiusi in studio, come ci tengono a sottolineare nel booklet dell’album, gli Hangar 18 sono di nuovo tra noi con un album che di def jux può avere poco o tutto. Difficile decifrarlo alla prima occhiata…con quella copertina totalmente anacronistica dai colori psichedelici e francamente dall’accostamento di dubbio gusto. Apri il book e dell’immagine anni ’80 che ti sei fatto non rimane nulla…la grafica non è ripresa all’interno…ci sono solo loro, gli Hangar vestiti per andare in chiesa alla domenica con delle facce tutt’altro che stereotipate. Loro sono così…giustapposti per definizione! Def juxiani fino al midollo sotto questo aspetto, si discostano un po’ dai Rob Sonic (ottima uscita anche la sua con Sabotage Gigante), dagli Aesop Rock dai Vast Aire, per i loro suoni presi in prestito all’estetica anni ’80 appunto, dai sintetizzatori analogici. Le contaminazioni sono più jazz (e la traccia Bad ne è la manifestazione più lampante) ma sconfinano anche nel rock, e qui l’influenza di EL-P si fa sentire anche se prende forme anche molto lontane. PaWl confeziona tutte le basi del disco, tutte più o meno attorno ai 100 bpm, a volte anche di più tanto che qualche traccia potrebbe tranquillamente essere ballata a ritmo frenetico in qualche rave.

Tim & Ian sputano rime ed incastri al fulmicotone, di un livello pazzesco, ad una velocità impressionante, Last Stop porta questi concetti ad un altro livello! Virtuosismi e contenuti vanno di pari passo e pure le gag da “band” (si definiscono così) affiatata quali sono. Rispetto al loro ultimo lavoro, quello del debutto, questo disco ha un ritmo più sostenuto, più frizzante, meno cupo e più ‘80s anche nella scelta dei synth elettronici fatta in modo sapiente per suonare low-fi in modalità 8bit. Pure l’art work dell’album richiama nel lettering questo intento riuscito. Originalità è la parola d’ordine e Sweep The Leg in questo stupisce ad ogni traccia. Pure il titolo è originale: è un espressione tratta da un film di arti marziali del 1980 in cui il maestro Sensei Kreese of the Cobra Kai Dojo urla al suo seguace sul ring "sweep the leg!"...da cui una serie di magliette di culto con tale scritta.

Sweep the Leg è un album che probabilmente non suona Def Jux come il precedente ma è più Def Jux del precedente (!). C’è anche un tocco minimal, cosa che non è molto comune ad un album jukie… Un disco che sa di ossimoro e proprio per questo merita molta considerazione. Quelli che erano a New York a luglio al Rock The Bells se ne sono certamente accorti…si narra di un live strepitoso dei nostri.

Psycho


GIORGIO MORODER

Non vi parlerò di un disco, ma di un uomo........con i baffi!

Flashdance, Scarface, La Storia Infinita, American Gigolo...solo dei gran film? oppure dei film divenuti storici anche grazie alle loro colonne sonore? E voi lo sapete di chi fu lo zampino? ebbene di un grandissimo italiano, un nome a molti giovani sconosciuto. Chiedete alla mamma: chi è Giorgio Mororder? Saprà rispondervi. Una leggenda nel campo della composizione musicale degli anni ‘70-‘80 ma non solo, perchè anche padre della musica elettronica.

Moroder nasce ad Ortisei, nel 1940. Il buon altoatesino, cresciuto tra monti e canti ladini, decide di non studiare il pentagramma, ma di riscriverlo completamente senza nozioni musicali. Scopre cosi il sintetizzatore, i buoni buonissimi vecchi Moog, e ad orecchio ci inizia a suonacchiare qualche melodia! Madre natura vorrà fornirlo di una grande dote, così Giorgio crea un suono tutto suo, elettrico/rockeggiante, a tratti più melodico ma sempre ritmato alla grande!

Ebbene il suono moroderiano ha illuminato talmente tanti artisti che si è reso tappeto musicale di innumerevoli album disco-rock a dir poco storici. Qualche nome? Donna Summer, Janet Jackson, Graham Nash, Queen, Bowie, oltre ai nostrani Celentano e Bennato. Andrei avanti per righe e righe...

 

Giustamente i migliori produttori hip hop e trip hop/elettronica, senza dubbio estimatori del mito Gardenese, non hanno resistito alla tentazione di campionare le sue migliori soluzioni melodiche o le batterie sintetiche! Dj Shadow ha fatto suo l’organo di “Tears” sfornando Organ Donor (grazie signore), E=MC2 di Dilla (r.i.p.) è frutto di un campione dell'omonima canzone di Moroder, i Coldcut, Krush...e chissà in quanti! Ci sta provando anche il sottoscritto con “I wanna Funk with you tonight”, un viaggio elettronico con un groove da paura!

Parlo a te, rapper, metallaro, truzzo (non c’è molta speranza, ma ci provo), rockettaro, bulbo! Se ancora non hai nulla del Moroder, acquistalo in fretta (consiglio specialmente E=MC2 e From here to Eternity), è un must per ogni orecchio! Legend...ed è pure nostro!!!

P.S.: la colonna sonora delle prossime olimpiadi è stata affidata a lui

Max Producer



Pharoahe Monch
Desire

SRC records (2007)

 

Otto lunghissimi anni. Al confronto l'attesa per il disco di El-p impallidisce...
Tanto c'è voluto a Monchi Monchi per uscire dalle briglie legali in cui era imprigionato e metterlo in quel posto a tutte quelle case discografiche che gli hanno impedito di uscire con il suo secondo lavoro dopo il magnifico e acclamatissimo Internal Affairs. E' passata una vita da quell'album, tempo durante il quale al nostro è successo di tutto: fallimento della Rawkus a parte, si era parlato dell'affiliazione ormai raggiunta con la Shady Records che per fortuna si è rivelata a quanto pare una bufala!
Alla fine comunque tra mille voci, aspettative incredibili e fan stremati dall'attesa, il secondo disco del miglior MC vivente (se la gioca solo con Aesop Rock tra i contemporanei) del faraone supremo è finalmente sul mercato!! Preceduto dal singolo Body Baby che ha fatto gridare al miracolo in molti, Desire si presenta al pubblico come una gemma incastonata in questo 2007 ricco di uscite importanti. Le aspettative sono state rispettate in pieno, anche se forse dopo il singolo, per altro prodotto addirittura da Universal su 12", personalmente mi aspettavo qualcosa di ancora più fuori di testa. Il livello è ottimo, anche perchè siamo davvero davanti ad uno dei migliori mc mai atterrati su questo pianeta per flow, contenuti, metriche e chi più ne ha più ne metta. L'eccellenza assoluta però rimane un po' lontana, forse a causa delle basi, non sempre brillantissime e dal piglio un po' troppo classico. C'è da dire però che i campioni utilizzati e soprattutto la virata verso il suono "Roots" grazie al supporto di una band in carne ed ossa, fa suonare il tutto in modo estremamente caldo e sfaccettato e soprattutto lontanissimo dal suono omologato del giorno d'oggi. Alcune tracce spiccano su tutte le altre: prima ovviamente Body Baby con quel piglio funky e quel ritornellino alla Elvis in grado di sciogliere i b-boy di tutto il pianeta.  Superba poi la coscienziosa When the gun draws nella quale Pharoahe si ferma a ragionare sull'assurda legge americana sulla detenzione delle armi da fuoco (il tutto raccontato dal punto di vista di un proiettile!...vedere il video!!!). Ottima anche Push realizzata niente meno che con la band funky storica dei Tower of Power! Ma ogni traccia meriterebbe un approfondimento, compresa la cover dei Public Enemy Welcome to the Terrordome re-interpretata con quel flow irresistibile!

C'è tanta cultura black, e tanta consapevolezza in questo disco. Tanta rabbia per essere rimasto imbrigliato nelle maglie del music business, trasformata però in positività creativa anzichè in inutile e pedante invettiva contro il sistema come accade ormai per la maggior parte degli artisti che si autodefiniscono hiphop.

Il faraone è tornato e speriamo di non dover attendere altri 8 anni per il prossimo album. Voto 8, ovviamente...

Psycho




EL-P                          
I'll Sleep When you are dead             

Definitive Jux (2007)

 

Gli ci sono voluti 4 anni di sperimentazioni sonore, di strade intraprese e percorse interamente verso un ampio spettro di generi musicali: jazz, metal, elettronica e spoken words. 4 anni nei quali El-p non ha mai smesso di ragionare sui suoni più diversi per carpirne l’essenza e poterli fare propri all’interno dell’album definitivo (per ora). Dopo Fantastic Damage infatti, album che ha cambiato il modo di intendere l’indie hiphop, El-p non si è fermato ma ha continuato a fare uscire progetti “alternativi” come Collecting the Kid o High Water, ed a collaborare con artisti della scena rock indipendente americana (Nine Inch Nails e Tv on the radio i più conosciuti) che lo hanno portato a far parte di una scena “altra” che trascende i generi, che non può essere incanalata in semplici definizioni e che, in fin dei conti, incarna la ragione stessa di esistere della cultura hiphop.

E’ così che tra un influenza e l’altra, tra frequentazioni dinamiche, è nato quel mosaico sonoro che è I’ll sleep when you are dead. Album atteso e già mitizzato prima della sua uscita. Credo che l’unica definizione possibile sia capolavoro. Non uno di quelli immediatamente riconoscibili e fruibili, come un Raffaello, ma più come un Dalì. Uno di quei capolavori su più livelli che forse non sarà oggi capito fino in fondo perché troppo avanti ed eversivo. Un disco che tra 20 anni e al miliardesimo ascolto, riuscirà probabilmente ancora a celare qualche mistero sonoro.

Impatto del primo ascolto? Devastante. Categorie totalmente spezzate edincapacità di classificazione di ciò che si sente. Generi totalmente strappati ai loro nomi, decostruiti e re-inventati in un contesto di rap schietto, malato, cinico come la realtà che el-p affresca con le sue liriche ed i suoi suoni industriali. Un approccio alla Dalek, nel carpire l’essenza del nostro tempo, ma ancora più profondo. I’ll sleep when you are dead è la frase idealmente pronunciata da una malinconica e spietata New York all’umanità in declino, è il canto di un uccello malato che tenta di librarsi in cielo solo per bruciare al contatto con il sole. E’ la caduta eterna e sempre più veloce, di un corpo solido lasciato a vagare nello spazio, solo, senza angeli a salvarlo e le fiamme eterne ad attenderlo. Tutti concetti che escono dalla musica di un genio. Dalla mente di un’artista che dopo gli album che ha fatto e l’esposizione che piano piano è riuscito a guadagnarsi, avrebbe potuto uscirsene con qualcosa di più facile, di maggiormente incanalabile, ma che ha invece deciso di portare tutto al livello successivo. Quello a cui l’emulo di turno arriverà con anni di ritardo se mai ci arriverà.

Francamente oggi come oggi, tra i migliori 10 album mai realizzati da un’artista rap (proprio perché prima d’ora nessuno aveva realizzato qualcosa di simile se non el-p stesso). Ah, i featuring? Trent Raznor, Cat Power (post tentato suicidio), Tv on the radio, Aesop Rock, Mr Lif, Mars Volta…niente a che vedere neanche qui con il 90% dei dischi rap.

Il disco più maturo di El-p è anche il più malato, il più inquieto forse, come percepibile fin dalla frase presa da Twin Peaks per l’intro. Fantastic Damage c’è ma è addirittura superato se possibile. I suoni sono più rotondi e maturi rispetto a quel disco, i messaggi sublimali sono…più subliminali e le distorsioni…più distorte.

E allora ascoltatore: pick your poison. Decidi dove perderti. Inizia ad ascoltare le linee di basso o le batterie sincopate, oppure segui le melodie distorte e decostruite. Scegli quando svegliarti dal viaggio e quando riprenderlo. Scegli El-p ed il suo mondo mai uguale a se stesso. Ogni ascolto una novità, un suono in precedenza non notato. Un urlo tradotto in musica. Quello di un’artista-genio, quello di una generazione consapevole…

Psycho



Rjd2                             
The Third Hand                     

XL (2007)

 

 

Con un album di cui si sta già parlando tantissimo, nel bene e nel male, è tornato Rjd2. Giunto al suo quarto disco ufficiale, il primo per un’etichetta diversa dalla Definitive Jux di El-P, il poliedrico producer accasatosi alla XL, ci propone uno dei suoi lavori più riusciti. Sono già lontani i tempi in cui a farla da padrone su Deadringer erano mc come Blueprint, El-P, Vast Aire.

In the Third Hand infatti, il nostro va oltre ai suoni proposti fino a questo momento, oltre ai limiti autoimposti da una scena hiphop autofagocitante ed in fase di chiusura come non mai. Rjd2 apre strade nuove incontrando il rock anni ’60 e la psichedelica in puro stile Beatles. Con cantati leggeri, soffusi, misto fra rock appunto e soul delicato. Una prova di indubbia maturità che nasce forse anche dalle esperienze fatte al fianco di El-P in casa def jux e dalle di quest’ultimo, divagazioni jazzistiche. Il suono nuovo è però ben fedele al suono più classico di Rjd2, tanto che è impossibile non riconoscerne le batterie pastose o le melodie più elettroniche suonate sempre con gusto hip hop nel senso di catalizzatore di altri stili/generi. Qualcuno ha paragonato il nuovo corso del producer, a quello ancora indeciso ed ondivago di Dj Shadow ma sinceramente in questo momento non c’è niente che li possa accomunare. La direzione psichedelica qui è ben intrapresa e non sembrano esserci indecisioni nel suo stile. Tra l’altro per l’occasione, il nostro ha totalmente abbandonato i campionatori e l’uso massivo dei piatti, suonando personalmente ogni strumento che sentiamo nel disco. E sta volta ci ha messo pure la voce, di insospettabile bellezza in cantati eterei come Take it easy manifesto perfetto del nuovo corso. Picchi altissimi anche le tracce dallo stile più simile a quello del passato come Get it e Beyond.

Un album che non lascia indifferenti e anzi, al primo ascolto spiazza parecchio ma che già dal secondo entra piano piano sottopelle. E proprio per questo è destinato a durare nel tempo. Voto 8

Psycho


Dalek                                     
Abandoned Languages                              

Ipecac (2007)

 

E’ da circa 2 settimane che ascolto questo disco e non posso più farne senza.Disco profondissimo, pensato eppure così spontaneo come solo i Dalek, cerebrali a più livelli ma non ne senso classico del termine, sanno essere.

Abandoned Language è il loro sesto lavoro (contando EP e collaborazioni full lenght varie), uscito in un 2007 dove probabilmente si correrà solo per il secondo posto data l’imminente uscita del nuovo disco di EL-P. Secondo posto però a dir poco dignitoso, se così sarà, per i Dalek. Dopo 5 prove dove il noise l’ha fatta da padrone, insignendo il gruppo sostanzialmente ad “inventore” di un genere nuovo, l’industrial hiphop, arriva questo disco, così fedele al suono Dalek eppure così diverso, più maturo, a tratti soffuso nel suo essere sfrontatamente “industriale”.

Lo metti in cuffia, ti stendi sul letto (locus ameno per questo tipo di trip), chiudi gli occhi e davanti a te: scenari post apocalittici, industrie metallurgiche che fondono insieme suoni, culture e metallo, film di Lynch che scorrono senza sosta (una traccia si intitola proprio Lynch…inutile riportare che atmosfere ricorda) ma anche degradazione, disagio attuale, tra guerre al terrore e perdita di coscienza, di se stessi. Tutto questo in un disco, nelle sensazioni che evoca, ascolto dopo ascolto. Dalek mai così “soffusi” eppure mai così diretti. Il rumore così sfrontato negli altri dischi, Absence del 2005 ne è l’esemplificazione, da protagonista diventa scenario. Non sottofondo, scenario: in quanto perfetto complemento per le movenze della voce dell’Mc (calmo, poetico, in contrasto voluto con la base, non monotono come secondo qualcuno). Tutto calcolato oppure tutto viscerale? Un misto delle due cose. Certo è che il risultato lascia senza fiato. Come nella traccia che dà il titolo all’album, dove dopo 7 minuti di tempesta, ne arrivano 3 di pura quiete, di liberazione, di speranza. Si avverte forse uno spiraglio, la cupezza dei primi dischi non sommerge qui tutto l’album ma lo accompagna verso una possibile salvezza. Appunto, possibile ma non certa.

Qualcuno già si è affrettato a dire che questi “nuovi” Dalek, hanno perso la loro cattiveria e la loro originalità con essa, io credo che in Abandoned Languages abbiano trovato l’esatto modo di esporre un certo disagio moderno, nei testi e ancor prima nelle atmosfere evocate, non ricorrendo come nei precedenti dischi (geniali per altro) al rumore assordante che tutto rifiuta e rinnega, ma accettando in modo consapevole la modernità e provando a conviverci. Questo li ha portati inevitabilmente a toni più sommessi, ma non per questo soffocati. La loro grandezza sta nell’interpretare il nostro tempo e credo che questo disco sia la loro rappresentazione più riuscita. Al di là delle interpretazioni più sovversive e più “di rottura” del passato.

Psycho


Mos Def                                     
True Magic                                

Geffen (2007)

 

Finalmente torna a deliziarci con le sue doti canore e di rapping il mai troppo lodato Mos Def. Criticato pesantemente ultimamente negli Stati Uniti dalla stampa bianca e messo in cattiva luce per le sue affermazioni (veritiere) sulla gestione del governo Bush del post uragano Katrina a New Orleans, è stato ingiustamente allontanato dalla scena mainstream alla quale si era affacciato ormai da tempo ma senza mai cadere nel gioco facilone: hiphop da club – produttori da hitparade – soldi a palate – fuoco di paglia – successo effimero – sdegno dei vecchi fan. Mos Def è rimasto sempre coerente con se stesso, proponendo un suono molto identificativo e sentito. Anche con punte di sperimentazione. E il tutto gli è sempre riuscito benissimo fino a  The New Danger, vero e proprio scivolone forse non ancora perdonatogli da chi si aspetta ad ogni uscita un nuovo Black on both side (di difficile replicazione).

Con True Magic, il discorso riparte da qualche anno fa, da prima di New Danger, anche se non con la stessa potenza sonora dato che le basi non sempre sostengono il talento eclettico dell’ex Rawkus. Ed è proprio il suono dell’impareggiabile ex etichetta (riaffacciatasi solo ora alla ribalta dopo il fallimento ma con tutt’altra attitudine…) a mancare. Manca profondità, ricercatezza nei suoni. Per fortuna Mos salva tutto con prestazioni liriche da pelle d’oca come in Dollar Day, la critica al governo americano sopraccitata. Lo stato di The Big Easy viene qui antropomorfizzato e incarnato in una ipotetica Lady Lousiana maltrattata dalle forze dell’ordine e privata dei suoi figli di colore da un amministrazione razzista, nonostante i finti sorrisi alla casa bianca della nera sbiadita Condoleeza Rice. Come dire… più le cose cambiano…

Molto impegnato quindi Mos Def, a differenza di altri suoi colleghi in tutt’altri testi impegnati. Il disco prosegue poi con una incantevole prova in Napoleon Dynamite…inutile dire a chi sia ispirato il pezzo (personaggio cinematografico ormai di culto). Murder of a Teenage poi è la traccia che Fifty e soci avrebbero sempre voluto scrivere non riuscendoci mai, Perfect Timing e A Ha escono invece fluenti dalla mente apertissima dell’Mc il quale sfiora in più occasioni il cantato/recitato. E questa vena canterina esce anche su Crime & Medicine, traccia che nasce e si sviluppa sulla base di RZA (un vecchio classico) su cui ai tempi GZA diede il meglio di se con “when the mcs came”. Niente di eccezionale la rivisitazione di Mos Def, ma un piacevole divertissment all’interno di un album comunque impegnato e che esce sulla distanza (le prime 5 tracce a livello di basi sarebbero tranquillamente tutte skippabili non fosse per il suo timbro vocale così caldo).

Il suono della Rawkus è ormai lontano nei dischi di Mos Def che per rilanciarsi totalmente dovrebbe forse tornare a fare coppia con il buon Talib Kwely che al contrario continua (con Liberation) grazie a gente come Madlib, a sfornare suoni molto più caldi ed avvolgenti stile vecchia scuola ma in maniera nuova. True Magic rimane comunque un disco dignitoso grazie alla magnifica voce dell’Mc e ai suoi testi conscious, peccato per il supporto sonoro davvero al di sotto del par.  Voto 6,5

Psycho


Amy Winehouse                                               Back in Black                                

Universal (2007)

 

Qualcuno per favore mi spieghi da dove se ne è uscita questa dea della musica! Ok è inglese, ok non ha più di vent'anni ma volete anche dirmi che è l'erede ideale di Billy Holiday??

Ebbene si, nessuna esagerazione questa volta. Basta far partire il disco per rendersene conto. "Rehab" è la prima di 11 perle Nu-Soul con altissime punte Jazz e Swing come non si sentivano forse da quarant'anni. Davvero, la sensazione è quella di essere tornati indietro nel tempo. Ci si ritrova a spingere rewind non solo nel proprio sound system ma anche nella propria mente. Ecco allora che vaghi in cerca di un appiglio storico in cui ti ricordi di aver sentito quella musica. Non occorre essere nati negli anni '40 per riconoscere che un suono tale non si sentiva da tempo nell'era moderna. Boom, catapultati indietro tra Holiday appunto e Ray Charles. Solo che ogni nota non suona datata o come intaccata dal tempo: è tutto freschissimo. Nessuna base, nessun campionamento: tutto suonato rigorosamente nel 2007. Effetto deflagrante.  Lauryn Hill in versione Jazzata praticamente.

Il titolo del disco non poteva essere più azzeccato: "Back to Black", e di black vi posso assicurare che ce n'è davvero tanto. Un ponte ideale tra i gloriosi anni '60 in cui il Jazz era davvero vivo, ed il ventunesimo secolo caratterizzato dalla ribalta  dell'hip hop. Praticamente il sogno di un amante di black music. Billy Holiday con i bassi dell'era moderna e la voce pulita della registrazione digitale (qui c'è lo zampino del produttore Newyorkese Mark Ronson).

Un singolo di Amy gira pure in radio...per fortuna! Si tratta di "You know I'm no good" (mai titolo fu meno azzeccato in questo caso!). C'è di che rallegrarsi quindi in questo inizio 2007 anche perchè Amy sembra non essere l'unica sulla scena a riportarci questo suono "New-Old". Da tenere d'occhio infatti anche Nicole Willis, svedese dalla voce vellutata pronta a sconvolgere ai livelli di Amy. E se si torna ad andare in questa direzione con i mezzi di oggi, non si può che gioire per il futuro della musica.

Che altro aggiungere se non COMPRATEVI QUESTO DISCO A SCATOLA CHIUSA!!! O quanto meno fatevi un giro sul sito ufficiale di Amy: http://www.amywinehouse.co.uk/. Sono sicuro che poi avrete qualcosa di cui parlare con i vostri amici amanti di musica. Voto 10.

 

Psycho


Dr. Octagon                                                Octagonecologyst                                 

Dreamworks (1996)

 

Peeping Tom, il lavoro di Mike Patton e del collettivo Anticon di cui potete leggere nella sezione “Visioni”, ha avuto molti meriti, tra gli altri quello di portare a conoscenza del “grande pubblico” l’esistenza di alcuni nomi noti fino ad ora soltanto ai cultori dell’underground rap americano. Ciò non può che far bene al movimento sotterraneo, un po’ di visibilità, che c’è stata eccome, non fa mai male soprattutto se porta il pubblico alla riscoperta di questi carneadi del sottobosco. Tra i protagonisti più informa del disco succitato, si ritrova Kool Keith il quale qualche anno fa (anno di grazia 1996) sfornò un capolavoro di rap hardcore (nel senso crudo del termine) che venne accostato già al tempo ad Endtroducing…di Dj Shadow per la portata innovativa all’interno della scena. Dr. Octagon per l’esattezza è l’alter ego di Keith, per l’occasione supportato alle produzioni da Dan the Automator (non a caso tra i produttori di Peeping Tom) e agli scratch semplicemente da colui che dello scratch ha fatto una professione: Dj Q-Bert. Con questi nomi il disco non poteva che promettere bene, ma il risultato superò anche le più rosee aspettative di Kutmasta Kurt (regista del progetto). Nell’underground diventò un vero e proprio disco di culto, ed è non a caso segnalato anche dal recente libro HIPHOP di Paolo Ferrari (Editori Giunti) tra gli ascolti fondamentali per chi volesse approfondire la conoscenza del rap underground.

Il disco si snoda attorno al personaggio principale, Dr. Octagon, il quale tra invasioni aliene e pratica di ginecologia misogina, ci fornisce un affresco surreale e atipico del mondo underground stesso. Kool Keith e Dan attingono a piene mani per campioni, suoni e rime, da quell’immaginario extradimensionale e terrestre diffuso negli anni ’90 e presente in altri dischi dell’epoca come in Funcrusher Plus dei Company Flow e poi più tardi in Cold Vein dei Cannibal OX. Un viaggio terrificante e grottesco, alternato da visioni schizoidi, suoni spaziali e intermezzi spassosissimi di ginecologia…molesta! Da provare a massicce dosi di riascolti: Blue Flowers, 3000 e Earth People, perle incastonate in una cornice diamantina. Il flow di Keith è avvolgente e preciso ed a tratti ricorda Erik B per tonalità, le basi sono cupe e geniali, gli scratch riempiono in alcuni pezzi delle intere strofe. Stra consigliato a tutti gli amanti della musica rap o a quelli che si stanno avvicinando a prodotti un po’ ai margini magari anche grazie all’ascolto di Peeping Tom ;-).

Segnalo infine l’uscita dell’ideale sequel di questo disco: The Return of Dr. Octagon, uscito nell’ottobre 2006 a 10 anni dal suo predecessore e purtroppo inferiore a questo per freschezza innovativa e basi. Il rap è sempre quello dell’MC newyorkese ma il resto del team è totalmente cambiato e si sente purtroppo. Menzione d’onore comunque per la traccia aliena Aliens di cui esiste anche un video stile b-movie anni 60 scaricabile nella nostra sezione VIDEO RAP.

Psycho


Lyrics Born
Overnite Encore: Lyrics Born Live!

Quannum Project (2006)

 

Primo disco live per Lyrics Born, super eclettico mc e producer del progetto Quannum ideato dagli altrettanto eclettici Blackaliciuous. Overnite Encore segue nel tempo il primo disco apprezzatissimo dalla critica “Later that day…”, il secondo fatto di remix (in realtà vere e proprie rivisitazioni dei brani) e alcuni inediti dal titolo “Same shit, different day” e l’introvabile “Lyrics Born Variety Show!” costruito con molte tracce degli album precedenti ma anche molti inediti e che fa da colonna sonora ad un ideale programma televisivo by Quannum.

Il live è registrato interamente in Australia, davanti al calorosissimo pubblico di due delle città più rappresentative d’Oceania: Sidney e Melbourne. Si compone di 17 tracce registrate in presa diretta con una qualità audio impressionante: fare pompare i bassi per credere, e 2 pezzi nuovi di zecca più un remix registrati in studio. Tutto lo spettacolo è suonato rigorosamente con orchestra dal vivo, con tanto di strumenti tipici delle funky-band degli anni ’70. Lyrics in effetti sembra assumere su di se la responsabilità di portare avanti un certo tipo di suono che affonda le sue radici nella seconda metà degli anni settanta, quel groove caro a James Brown e impersonificatosi poi nella persona di Gorge Clinton, in Bootsy Collins e Viktor Wooten. Il tutto senza arrivare a quei livelli di pulizia tecnica e musicalità, anche perché con forti contaminazioni hip hop, ma se dobbiamo eleggere un erede dei sopraccitati mostri sacri, Lyrics si candida di diritto tra i membri della ipotetica lista da cui pescheremmo, a fianco di altri suoi compagni di etichetta (Chief Excel, Gift of gab, Lateef e Tony Guerriero su tutti).

17 tracce di energia pura, con il pubblico in delirio, puro funk. Per dare un’idea della potenza: mi ha riportato subito alla mente quel capolavoro live che fu qualche anno fa: “The Roots come alive”, favoloso disco dal vivo suonato dai Roots, leggendario gruppo di Philadelphia.

Disco da gustare muovendosi come dei pazzi anche perché ragazzi, stare fermi è impossibile!! Non so dirvi per quanto riuscirete a stare senza ri-ascoltarlo dopo il primo ascolto…di sicuro non per molto! Le tracce migliori della breve carriera dell’artista ci sono tutte: da Stop Complaining a Calling Out passando per Bad Dreams e I do that thing. Ognuna è ri-arrangiata per essere suonata da un orchestra live e acquista così maggior carica ed incisività.

Sidney in the house, Lyrics Born on da mic, if you love put your hands in the air make some noise!!!

Psycho


www.pandora.com

Parliamo finalmente del fenomeno Pandora.com! Un sito semplice e ormai essenziale, dove bastano pochi colpi di tastiera ed un click per godersi e scoprire dell’ottima musica. Una vera e propria stazione radiofonica on-line, completamente gratuita, ma questo lo saprete sicuramente tutti o quasi. Mi sono informato su ciò/chi che c’è dietro e voglio trascrivere due cosette.

L’inventore della “radio perfetta” si chiama Tim Westergren, musicista rock (dall’età di 8 anni) indipendente che aprì il sito web nel 2000. E’ lui che ha messo in piedi il Music Genome Project, il cervello di Pandora: “un software musicale che analizza, classifica, rimastica e propone brani a comando”. In un’intervista afferma: “Volevo trovare un modo di aiutare i musicisti a trovare più facilmente il loro pubblico […] Ho deciso di mettere questo progetto su carta, e crearci attorno un’azienda. Pandora è nata così”.

I primi anni sono stati ardui, raccogliere abbastanza soldi era un’impresa: “Siamo rimasti senza stipendio per 3 anni”!  Poi la pubblicità, non troppo invasiva ma importantissima, ha portato al progetto la linfa per poter continuare.

Oggi Pandora ha ben 100 dipendenti, ed è in continua crescita (si prevede l’arrivo di 20 nuovi dipendenti entro poco tempo). Gli utenti registrati, tra i 18 e i 35 anni, si aggirano attorno ai 4 milioni! Agli ordini di Westergren lavorano ben 45 musicisti, gente che ascolta musica dalla mattina alla sera e forse anche la notte, e che cataloga i brani di nuovi autori ed aggiorna la radio. 500 sono le canzoni aggiunte ogni giorno!! 500 000 la stima dei brani catalogati.

Nessuno paga per essere inserito nel giro. Nulla è scaricabile, altrimenti addio legalità! Pandora è il futuro della musica.

 

Max


Jay Dilla
The Shining
(2006)

BBE

 

 

Primo disco postumo di Jay Dilla aka Jay Dee aka la hiphop. The Shining è la luce di cui brillano i suoi beat, i rap degli amici che gli rendono omaggio dando meglio. The Shining è un regalo alla musica nera, anzi alla musica in generale perchè sarebbe riduttivo confinare l'opera di Dilla (tutta) solo in una categoria. Questa è musica che fa vibrare le corde dell'anima.

E' passato relativamente poco dalla morte di Yancey, ma questo disco era già pronto da qualche mese, e per pronto intendo che tutti i beats e i raps erano già stati completati. A quelli di BBE è toccato solo sistematizzare e ordinare il tutto. Niente è stato prodotto da altri. Qui dentro c'è solo Dilla, la sua anima soul. I Dilla' friends chiamati ad intervenire sul disco sono quelli che erano più vicini a Yancey. Si va quindi da Madlib (come al solito cesellatore), Busta Rhymes (che introduce tutti al disco su di un beat tanto storto quanto incisivo) a Common, passando da Black Thought, Pharaohe Monch, D'angelo e Dwele (che sforna una delle tracce più belle e sentite dell'anno).

Sembra che tutto ruoti intorno al producer di Detroit, e che nessuno abbia avuto il coraggio di fare una strofa tanto per esserci. D'altra parte con Dee, o davi il meglio o tanto valeva restarne fuori. Come con Miles, James Brown, Charlie Parker. I nomi citati non sono ovviamente casuali perchè The Shining come Donuts, come Welcome to Detroit e come tutti gli altri lavori del producer, non possono che nascere da lì e rendere omaggio a quelle persone che hanno creato la musica moderna.

Ad ogni traccia ti ritrovi a Detroit, in questo momento ancora una volta vero punto di riferimento per la musica nera grazie a Madlib, Oh no, Anne Muldrow e ovviamente a Dilla. Ogni beat è costruito con campioni colti, ascoltare Body Movin vero proprio inno ai Run DMC (peace Jay Master Jay), Emcee Square ode alla vita e al rap sulle cui batterie si sprigiona un Common che tutto è tranne che comune...da brivido. Come non sentire un fremito all'ascolto poi di Love Jones, costruita con quel campione che anche il nostro Kaos usò per Dio Lodato di Joe Cassano.

Ma si potrebbe citare qualsiasi traccia. Ognuna da forti emozioni, non lascia mai indefferenti, sia in versione rappata che strumentale. Ma ogni beat è anche un colpo forte al cuore: l'amara consapevolezza che ogni traccia che stai udendo e anche una cosa in meno che ti rimane da ascoltare di Jay Dee. Certo, rimane molto di inedito e prima di esaurire tutto ci vorrà del tempo (speriamo che i suoi lavori non vengano profanati come con Tupac).

Non rimane che ascoltare questo album e la lucentezza che sprigiona (ogni citazione a Kubrick anche nell'LP è puramente voluta) con tutti se stessi. Ad un'artista così va reso omaggio con l'ascolto attento. Ogni sfumatura è preziosa, profumata, calda. Se non avete ancora incrociato la strada di Dilla, fatelo ora volontariamente. Non è mai troppo tardi per perdersi tra le sue note. Peace James Yancey.

Psycho


Method Man
4:21...the day after
(2006)

Def Jam

 

 

A vederlo lì davanti alla folla impazzita e adorante, urlare rime su rime con quella voce roca e vellutata allo stesso tempo non l’avresti mai detto. Quella notte al Link tutto poteva saltare alla mente, tranne che Method se ne era appena uscito con un disco fiacco come pochi altri della scuderia Wu-Tang (e di fiacchetti negli ultimi 5 anni ce ne sono stati a dir poco). Pieno di collaborazioni marcissime, commerciali al limite del parossistico. Ma grazie a Dio era lì su quel palco a sputare “the real shit” sui suoi adepti, a dimostrare dal vivo di essere ancora uno dei migliori su piazza.

Naturale quindi che lo si attendesse al varco dopo l’infelice Tical the Prequel (salvabile solo The Motto…vero e unico ma altissimo plus del disco), con il disco che sarebbe uscito circa un anno e mezzo dopo: 4:21 the Day after.

Già dal titolo e dalle dichiarazioni  di Johnny Blazer si era capito subito che questa volta le cose sarebbero state diverse, se non un ritorno alle origini, quantomeno un disco più sentito e grezzo, con meno lustrini concessi gentilmente e a forza dalla Def Jam. Si va bene le dichiarazioni, ma la realtà dei fatti? Beh che dire, Ticallion Stallion c’è riuscito, si è rimesso in carreggiata dopo i colpi di testa con Missy Elliot e soci. Niente di paragonabile ovviamente al seminale e ruvido Tical, né al più cesellato ma sporco Judgement Day, ma qualcosa di quel vecchio fervore, anche un pochino nelle basi, qui si è tornati a sentirlo finalmente. In realtà non c’è niente che non vada in the day after, la tecnica del rapper è forse la migliore tra i rapper conosciuti al grande pubblico, forse in assoluto. Stona qualche beat ancora troppo pulito, stride qualche concessione al melodico ma tracce come It is Me e  Presidential Mc con RZA e Raekwon non sfigurano certo difronte alle perle che la fenice ha sfornato in questi 10 anni e passa.

A penalizzare forse eccessivamente Method sta volta ci si mette l’eccessivo numero di tracce: 20 tonde. Alcune fanno un po’ da riempitivo e la sensazione è che se l’album fosse stato composta da 15 pezzi avrebbe potuto essere ancora più incisivo e d’impatto.

Comunque un buon lavoro che gli amanti del Wu-Tang apprezzeranno, se non altro anche solo per la traccia in collaborazione con Lauryn Hill…(Say) poesia pura. Meth torna ad essere promosso, ancora con qualcosa da recuperare a settembre in termini di “cattiveria”.

Voto: 7

Psycho


Outkast
Idlewild
(2006)

Universal

 

Pazzesco! Un vulcano in eruzione…un flusso magmatico di emozioni, suoni e colori. Musica concreta che aiuta a viaggiare e sognare. Gli Outkast sono tornati!.

Idlewild è il titolo del loro film/musical in uscita ad ottobre nelle sale cinematografiche americane per Universal Film, nonché il titolo dell’album contenente 25(!) tracce concepite dal duo di Atlanta come colonna sonora al film.

 Idlewild è la perfetta sintesi e fusione delle due anime outkast: quella funky-hop di Big Boi e quella Jazz-Blue-Funky-Soul di Andre 3000. Dopo essere usciti con il doppio album Speakerboxx/The Love Below dove i 2 si separavano fisicamente e a livello di stili musicali ma rimanendo sempre un gruppo unito e unico, con Idlewild l’album torna ad essere uno singolo ma con i 2 stili diversi perfettamente amalgamati. Un passo ulteriore avanti non da poco.

Ad ogni ascolto si può apprezzare la complessità delle tracce (praticamente tutte suonate anche da Andre in persona) che pescano a piene mani da 60 anni di musica nera. Il tutto senza campionamenti. Tutto è assolutamente originale. Ogni nota vibra di colore nero e vero. Ogni singola nota. Si va dal Soul (N2U, Chronometrofobia) al Blues che neanche Joe Cocker (Idlewild Blue, Infatuation) passando per il funky alla James Brown condito con colti suoni Jazz. La traccia forse meno “carica” è quella scelta come singolo per le radio Mighty “O”, ma non per questo non estremamente godibile. Il bello è che comunque il tutto è fortemente amalgamato…sembra un concept album sulla black music. All’hiphop ci si arriva grazie alla voce inconfondibile di Big Boi ed ai suoi ritmi incalzanti (The Train) mentre Andre 3000 sempre più artista a 360 gradi, sa deliziare con i suoi canti infondendo Funky e Soul in ogni traccia. Niente che stona, niente fuori posto…nemmeno la confezione: stupenda con l’ologramma in copertina, che inclinato a destra fa vedere Big Boi versione anni ’40 e inclinato a sinistra mostra Andre versione pianista jazz. Rimane quindi l’idea di far risaltare le 2 anime del gruppo, ma come detto e come mostrato dalla copertina, qui sono più unite e fuse insieme cha mai. E’ possibile fare meglio di così? Probabilmente al momento no. Gli Outkast hanno davvero carpito e fatto propria l’essenza dell’hiphop, da dove trae le sue origini, dove deve tornare per essere quella forza rivoluzionaria che fu negli anni ’80. Non si tratta di un esaltazione edonistica delle proprie conoscenze musicali o di un autocompiacimento estetico. Questa è musica, senza barriere, fatta con coscienza, sapienza, pazienza (i 2 si sono chiusi in studio per 2 anni praticamente). E scusate se è poco.

Poi sinceramente…quale album ormai contiene 25 tracce e di questa qualità? (gli skit sono veramente pochi e fondamentali). Roba da pelle d’oca.

Non ci resta che attendere il film in uscita, io sinceramente non vedo l’ora. Già la colonna sonora (riduttivo chiamarla così) vale il prezzo del biglietto. Voto 9

Psycho


Dj Shadow
The Outsider (2006)

Island

 

Josh Davis è tornato! E' uscito finalmente, quello che è solo il suo terzo album ufficiale dopo il seminale capolavoro assoluto Endtroducing e l'ottimo Private Press: The Outsider. Il rischio nel giudicare un album di Shadow è sempre quello di paragonarlo a quel monumento all'hiphop-dub-sperimentale che fu Endtroducing. A volte infatti per un artista un singolo capolavoro può diventare una vera e propria maledizione, un confronto inevitabile e spesso perso in partenza. Ma Shadow non se n'è curato molto ed ha profuso ogni suo sforzo nel realizzare qualcosa di nuovo per lui e per i suoi fan. Il risultato è un album estremamente eterogeneo, che esplora almeno 5 generi musicali: Il nu-soul melodico nella intensa e lacrimevole What Have I Done con Christina Carter, l'hiphop più electro in tutta la prima parte del disco (pre-dominante comunque nell'album), la drum&bass con The Tiger, ma anche il pop più psichedelico grazie alle voci di Chris James e Pizzorno. Chiude l'escursus tra i generi la traccia da pelle d'oca, vero omaggio ai maestri del Blues: Broken Levee Blues. C'è posto insomma per tutti i generi amati dall'artista (e presumibilmente anche da chi acquista un suo lavoro) e il tutto suona dannatamente bene. Il disco non è sicuramente di facile fruizione, esce sulla distanza una volta inquadrata la portata dello sforzo del DJ. Se ne parlerà a lungo di The Outsider, e immagino, della traccia che più mi ha fatto esclamare: "è tornattooooo!!!" aka Backstage Girl rappata da Phonte (voce simile a Black Thought dei Roots) su un tappeto-beat magistralmente confezionato con quel gusto pastoso e morbido che Shadow ha saputo portare nell'elettronica-dub fin dagli esordi. Pur essendo il suo disco meno hip-hop nel complesso perchè fortemente eterogeneo, colpisce non poco la presenza di molti rapper della scena indie (ma cè anche spazio per Q-Tip in una traccia dal piglio funky tipicamente Quannum a cui partecipa anche Lateef the Truhtspeaker) a rappare su basi estremamente ascoltabili nel loro ordine caotico. Colpiscono quindi anche i beat più minimali e clubbing della ballabilissima Turf Dancing e la ritmata e folle chiusura con Dats My Part. Un disco che si presenta come un contenitore di generi quindi: l'atmosfera compatta di Entroducing è relegata qui a singoli episodi (Triplicate ed Erase you nella fattispecie) ma il risultato è stupefacente. The Outsider va ascoltato, comprato, riascoltato e compreso prima di formulare un giudizio esaustivo, ma è fortemente candidato ad essere uno dei dischi dell'anno. Dopo un adattamento necessario alle nuove differenziate sonorità, credo che nessun amante di Shadow possa far passare inosservato questo disco. Voto: 8

Psycho


Busta Rhymes
The Big Bang (2006)

Aftermath / Interscope

 

Erano almeno un paio d’anni che non sentivo un disco mainstream suonare così bene.

Busta se ne è uscito da circa un mesetto con questo prodottino niente male, piacerà sicuramente sia alle teste hiphop più esigenti che ai b-boy “clubbisti”. Ci sono voluti 3 anni prima di ascoltare The Big Bang, tempo necessario a Dr.Dre per confezionare un lavoro di ottima fattura come sempre, radicato nell’underground da una parte (vedi produzioni di J Dilla e Erik Shermon) e ammiccante verso un suono mainstream consolidato dall’altra (Timbaland e Dre hanno fatto il grosso del lavoro). Busta poi ha sicuramente tirato fuori il meglio di se, anche se i troppi featuring (Q-Tip, Nas, Missy Elliot  ecc) hanno limitato di molto le sue strofe. Touch it resta la traccia meglio riuscita dell’album soprattutto per le sue abilità di cambiare tonalità di voce, passando con estrema scioltezza dallo stile “urlato” a quello più sussurrato, stili questi che caratterizzano proprio il flow dell’mc fin dagli esordi. Al mega contratto firmato con Aftermath, Busta ha fatto corrispondere anche un nuovo look per rinfrescare la sua immagine: addio vecchi dred e pelliccione e benvenuti capelli corti e giacche in pelle nera. Si è anche lui conformato un po’ all’immagine classica del rapper new yorkese ma sicuramente non da un punto di vista musicale: alcune basi, pur suonando pompose, riescono comunque a far muovere la testa anche a chi nell’hip hop ricerca qualcosa di più che beat talmente grassi da sfondare le casse del proprio stereo.                                                                Nel complesso The Big Bang è un album solido, realizzato da un professionista con un budget holliwoodiano a disposizione e con alle spalle uno dei migliori produttori su piazza.

Ascoltatevi Touch it per l’appunto o Been Trough the Storm con Stenie Wonder (il quale saputo del sodalizio tra Busta e Dre, ha voluto fortemente partecipare all’album) e ancora Legend of the fall offs concepita su di un beat creato con il rumore di una pala che scava una fossa (il risultato è di forte impatto). Non sono avvezzo solitamente a fruire questo tipo di rap pulito e a tratti pomposo, ma qui si parla davvero di un grande come Busta Rhymes: il suo stile è unico e riesce ancora a sfornare prodotti di questa fattura nonostante oltre 10 anni di carriera. Gimme some more è lontana, ma l’attitudine è rimasta la stessa. Busta è ancora sulla scena e dopo un album del genere gli si può perdonare, forse, anche le scappatelle musicali davvero tristi con Mariah Carey.

L’unica vera nota stonata del prodotto nel complesso: il booklet, estremamente pacchiano e disordinato, un minimo di cura estetica in più non avrebbe guastato. Dateci un ascolto comunque, Busta non delude (quasi) mai.

Psycho


Jurassic 5
Feedback
(2006)

Interscope

 

Tornano finalmente i Jurassic 5 dopo un periodo di assenza durato anche troppo per gli amanti dell’hip hop più sincero. Feedback è il loro nuovo lavoro, che esce in contemporanea (ma per un’etichetta diversa) all’album del loro leader spirituale ed effettivo Cut Chemist. Mentre però il lavoro di quest’ultimo rientra più in un filone di hiphop sperimentale, Feedback si presenta, come nel classico stile Jurassic 5, più come un disco di old school rap. I suoni sono estremamente freschi, anche se in alcuni punti un po’ troppo sintetici (come in Radio), ma appunto, il disco non tradisce mai l’intento di suonare vintage.

Si tratta di uno di quei dischi che fanno esclamare: questo è hip hop. Schietto, diretto, con pochi fronzoli e tanta sostanza. Nessuna sperimentazione, anzi tanti omaggi a dischi soul del passato e al funky degli Sly and The Family Stones (si ascoltino a tal proposito In da House e Baby Please).

Nulla di eclatante ma esattamente quello che ci si aspettava dal gruppo. Un tributo al buon rap. Penso valga la pena segnalare un disco del genere, che non si scosta molto dai lavori passati dei Jurassic 5, per sottolineare come esistano ancora dei rapper e producer legati al “back in the days” senza per questo suonare datati. Importante inoltre evidenziare come per fare del buon hip hop, non sia obbligatorio sperimentare a tutti i costi e narcisisticamente, ma basti saper interpretare gli insegnamenti dei “padri” in chiave moderna, per farne uscire un disco onesto, che magari non rivoluzionerà il modo di fare musica né il genere in cui si inserisce, ma sicuramente farà muovere il collo dell’ascoltatore in modo sincero e “colto”. Consigliato in particolare ai neofiti e ai nostalgici di un certo suono pulito, ma retrò. Jurassic 5: i custodi dell’old school rap, il feedback non può che essere positivo, ancora una volta.

Psycho


Alias & Tarsier
Brookland/Oaklyn
(2006)

Anticon/Goodfellas

 

Dopo l’uscita di Lillian, disco prodotto assieme al fratello polistrumentista Ehren, Alias ritorna in gran forma e se ne esce con il suo quarto lavoro. Questa volta è Tarsier, talentuosa cantante, a bussare alla porta di casa Anticon, ed il produttore la accoglie offrendole dell’ottima musica su cui poter intonare le note candide della sua voce. L’atmosfera risulta immediatamente rilassante, gradevole. Melodie scelte e campionate (suonate?!) alla perfezione, impressionanti loop di batteria (mi viene in mente Amon Tobin) che esplodendo sporcano le tracce ma non vanno mai a franare sulla voce, non rovinano mai il magnifico ambient suond; risultano paradossalmente “freneticamente rilassanti”! Trovate geniali e suono che sicuramente non avrà deluso nessun buon estimatore dei seguaci di Sole!

Brookland/Oaklyn non vuole comunque sorprendere, ma piacere. Il titolo parla da solo: due realtà musicali a confronto, un riuscita splendida, ma ripeto, non ricca di sorprese. Da sentire in cuffia per cogliere le sonorità più profonde, veramente un gran bel viaggio melodico. Ma quanto mi piace il cosiddetto suono Anticon? Ha qualcosa di diverso…

Per finire, collaborazioni di Dose One, che rappa in Luck and Fear (che bella traccia ragazzi!!), Kirsten McKord e Telephone Jim Jesus (bella li). Non c’è molto da dire, forse che molti paragonano le corde vocali di Tarsier a quelle della più nota Bjork (per darvi un'idea). ASCOLTATELO, lo consiglio vivamente!

Max

Gnarls Barkley
St. Elsewhere
(2006)

Warner Music Group Co.

 

Per la prima volta nella storia della musica, nello stilare le classifiche dei dischi più ascoltati del mese, in Inghilterra gli addetti ai lavori hanno considerato anche tutta quella sempre più grossa fetta di mercato, che fruisce della musica a disposizione sul web e non su supporto fisico.

Ne è venuta fuori una classifica strana, che vedeva al primo posto assoluto una canzone dal titolo “Crazy” realizzata da un certo Gnarls Barkley… Di chi si trattava e come mai tanto successo per un pezzo atipico e prodotto da uno sconosciuto? I più attenti, in verità già sapevano tutto!

Dietro alla storpiatura del nome del mitico Charles Barkley (ovviamente voluta) si celavano infatti fin dall’inizio 2 tra i personaggi più eclettici del panorama musicale underground: il produttore nerd Danger Mouse (The Grey album è un must assoluto per gli amanti dell’underground music) e la voce “bianca” del corpulento amico di MF Doom: Cee-lo. Ai più questi 2 nomi sono perfettamente sconosciuti, ed infatti si preferisce in generale continuare a credere che Gnarls Barkley esista veramente e sia un cantante come un altro. In realtà però, se è vero che Cee-lo rimane un po’ fuori (ahimè) dai nomi conosciuti nella scena hip hop, Danger Mause non è affatto un’artista ai margini. Sua infatti la produzione di Damon Days, l’ultimo album dei Gorillaz e del geniale Danger Doom, progetto realizzato con MF Doom che tanti consensi ha ricevuto nel sottobosco musicale americano.

Non c’è quindi da stupirsi che anche il Dj in questione sia riuscito ad arrivare alla notorietà, anche se in precedenza già l’aveva accarezzata sconvolgendo il mondo della musica con l’illegalissimo Grey album, ottenuto dal mix tra le sue basi originali prodotte con suoni presi da White Album dei Beatles e la voce accappella di Jay Z in The Black Album.

Comunque, al di là di queste chicche per appassionati, qual è il vero motivo del successo di una traccia come Crazy e del magnifico album in cui è contenuta? E’, come sottolineato anche da Da mir Ivic la vena pop, nel senso popolare del termine, che lo rende altamente fruibile ad un pubblico molto eterogeneo. Possono esserci infatti diversi livelli di ascolto e di analisi delle produzioni, ma non si può non apprezzare l’atipicità di un disco fresco, immediato, gioioso come questo che raggiunge tutti i suoi obbiettivi senza tradire l’essenza della scena, della musica che rappresenta. Un disco diventato quindi commerciabile e commerciale nel senso proprio del termine, ma senza volerlo di fatto essere. Davvero un fatto fuori dal comune.

L’album si compone di 14 tracce per un totale di 37 minuti di perfezione assoluta. Sicuramente siamo di fronte al disco dell’anno, almeno fino ad ora: una commistione e amalgama così ben riuscita tra Ghospel, Funky, e rap, solo un alchimista poteva ottenerla. 37 minuti di allegria, di voglia ci vivere, cantare, ballare; anche se in realtà se si analizzano i testi, si scopre che tutta quest’allegria non cè: a partire da Crazy per arrivare a Necromancer passando per Just a Thought i temi affrontati sono tra i più profondi e paranoici: pazzia, suicidio, nocromanzia e via discorrendo. Anche per questo il disco è davvero unico: una specie di ossimoro continuo ed inaspettato. Perfino il nome dell’album ha quel tocco di genialità in più: St. Elsewhere ovvero “Santo Da qualche altra parte”... Impossibile segnalare una traccia in particolare, tutte di un livello qualitativo superiore. Se proprio ne dovessi scegliere una, andrei con Simley Faces e la sua carica energetica da red-bull!

Concludendo, sono davvero felice che un disco così onesto nei confronti della musica stia ottenendo tanto successo commerciale, senza tra il resto ricorrere a particolari operazioni di marketing finalizzate a spingerlo; il prodotto infatti, come si dice in questi casi, si spinge da solo...

Amate la musica? Non esitate ad acquistare questo album. Siete ancora davanti al monitor e non nel negozio di dischi più vicino a casa vostra? Non amate la musica L

Pyscho


Fabri Fibra
Tradimento
(2006)

Universal Music

 

L’attesa è stata a tratti snervante, soprattutto dopo aver sentito il singolo, che ha fatto montare la voglia di sentire se tutto il disco fosse stato concepito con un piglio commerciale, come il pezzo concepito per le radio. La traccia “applausi per fibra” suonava infatti in modo totalmente nuovo per Sfiber, troppo orecchiabile, troppo semplice. Ma anche troppo esaltante!!!! Il suono si era certo semplificato ma una traccia così potente in radio non si sentiva da tempo nel rap italiano…dai tempi di “Quelli che ben pensano”  di Frankie Hi NRG (comunque mille spanne sopra ben inteso). Superato lo shock iniziale di un Fibra troppo fruibile, si capiva che la traccia era stata concepita in modo da presentarsi al nuovo pubblico potenziale ed ora raggiungibile grazie alla distribuzione della Major per eccellenza, Universal. Lo spirito dell’album però è diverso…

“Tradimento” è una autentica bomba. Premettendo che non siamo davanti a Sindrome di fine millennio, né a Dinamite, né a Turbe Giovanile, e che lo stile si è notevolmente semplificato e le basi suonano infinitamente più West Coast dei lavori precedenti, il cd si presenta solido, compatto, intuitivo, fresco, divertente, granitico, tagliente, sfacciato, coraggioso. Che si possa finalmente trovare un cd del genere sugli scaffali di Ricordi, Virgin e tutti i negozi in franchising delle maggiori case discografiche, sembra davvero incredibile. I testi sono taglienti come non mai, sbroccati, cattivi, sinceri e riportati per intero all’interno del booklet. I temi affrontati sono tra i più vari: partono da fatti di cronaca nera e finiscono nell’introspezione più totale. A riprova di questo pregasi ascoltare Cuore di Latta,dove Fabri si cala nei panni di Omar e narra i suoi possibili pensieri nella notte folle in cui uccise i genitori di Erica; oppure Idee Stupide pezzo intimista degno di Turbe Giovanili e rappato infatti in modo simile al periodo di turbe (mi è venuta la pelle d’oca quando l’ho ascoltata, non potevo non riconoscermi nelle sue parole e nei suoi pensieri su cosa avrebbe fatto se non avesse incontrato il rap sulla sua strada).

Da citare anche Sono un soldato,sul tema della guerra mediatica che tutti stiamo vivendo e sulla condizione dei soldati nella guerra di oggi. Potentissima Su le mani che non può che farti esplodere sul divano. Tecnicamente le basi suonano molto West come anticipato poco sopra, ma del resto il lifting imposto dal management di Universal si vede chiaramente già dalla copertina e dal logo con il nome dell’artista, concepito da un agenzia di branding di Los Angeles. E nella città degli angeli è stato fatto anche il master del cd, che infatti suona molto potente, a tratti pomposo. In media le basi farebbero storcere il naso, se il flow che le cavalca non fosse quello di Fabri ma quello ad esempio di un Mondo Marcio o di un Fame dei Club Dogo. E’ proprio la voce del rapper infatti, ed il suo stile sibillino a rendere unico ogni pezzo. Ma soprattutto i contenuti. Insomma: datemi una palla a spicchi ed Iverson e vi faccio una partita, datemi Fabri Fibra e una base qualsiasi e vi faccio il rap come va fatto.  Menzione speciale meritano i rimandi ed i riferimenti sparsi un po’ ovunque (soprattutto negli skit) ai suoi vecchi brani e anche le frecciate a chi sosterrà, dopo aver sentito il disco, che l’MC si sia venduto snaturandosi. A tal proposito, io credo sia il primo artista partito dall’underground, a rimanere comunque fedele a se stesso ed ai suoi fans nonostante la notorietà nuova raggiunta. Il rapper di Senigallia parla infatti a chi lo ascolta da anni in modo molto sincero in ogni traccia. Per questo, il tradimento del titolo non c’è stato, o meglio, per quanto riguarda l’originale suono di mare si potrebbe anche sostenere che un tradimento ci sia stato con queste basi estremamente ammiccanti a tratti. Ma per ricchezza di contenuti, originalità, citazioni e stile, Fabri non ha proprio tradito nessuno. Applausi per Fibra!

Psycho


Soul position                            Things go better with RJ and AI

Rhymesayers (2006)

 

Tornano più in forma che mai i Soul Position, ormai al loro terzo lavoro assieme (il secondo di ampio respiro dopo 8 million stories). Trattasi di un duetto composto nientemeno che dall'MC Blueprint e dal dj/producer nonchè genio assoluto RJD2.  Il primo è una della voci più calde e limpide dell'intero panorama underground americano, paragonabile per timbro vocale, flow e tipologia di testi/rime al sommo Murs (ed in effetti è proprio ai lavori di quest'ultimo con i 3MG che paragonerei questo disco), anche se Murs rimane forse ancora un gradino sopra per utilizzo delle parole e delle assonanze. Blueprint in questo disco, come in qualsiasi suo cd (2 lp attualmente all'attivo) riesce a sfornare delle rime altamente godibili, con testi piacevolissimi e divertenti. La chiarezza espositiva è nettamente sopra la media pur non risultando mai banale. Solitamente si è portati ad interpretare la voce dell'mc americano come uno dei tanti suoni di un album, con Blueprint invece non si può far altro che fare attenzione per davvero ai testi scanditi in modo impeccabile. Su RJD2 invece, si potrebbero spendere pagine e pagine senza riuscire a spiegare il suo stile innovativo e ricercato nè a riuscire a farne capire il genio. Fiera potenza della creatività. Qui lo ritroviamo al massimo della forma, tanto che con queste basi dai cutting e campioni perfetti, fa sfigurare quelle prodotte per il recentissimo Magnificent city, realizzato assieme ad Aceyalone (comunque inferiore per abilità nello storytelling a Blueprint). Le basi non vanno certo paragonate alle strumentali che il nostro è solito produrre, anche perchè concepite non come vere e proprie tracce a se stanti, ma come tappeto (estremamente pregiato) per il fluire dell'mc. Tuttavia reputo le basi di questo cd come le migliori in assoluto da molto tempo proposte dal produttore di Columbus (Ohio). LA compenetrazione con la voce dell'mc è praticamente perfetta e davvero non si riesce a trovare un difetto a questo lavoro. Hip hop puro come non se ne sentiva da tempo. Il mixaggio poi è strabordante. I bassi spingono all'inverosimile ed il gusto è veramente pregevole. Difficile toglierlo dallo stereo questo prodottino. Segnalo in particolare 3 tracce su tutte: The extra mile per il piglio funky-doop della base, Blame it on the jager davvero "completa": la base ricorda lavori precedenti di rjd2 mentre il testo è spassosissimo: non si può che ridere davanti a certi ricordi dell'mc in merito ad una serata spesa in un club... Infine menzione d'onore per I need my minutes che racconta di una scena tipica in cui gli uomini sono loro malgrado costretti a imbattersi: quando si ha poco tempo e si chiama per salutare la propria lady e questa ti tiene al telefono per ore, facendoti saltare i piani.  Le tre tracce citate si trovano tra l'altro in rapida sequenza nell'album, ed è lì che viene naturale esclamare: "things go better with rj and ai"!!!

Psycho


                          
Jay Dilla
Donuts
(2006)

Stones Throw

 

Confesso di aver enormemente sottovalutato questo disco, quando uscì 2 mesi fa, non gli diedi troppo peso, forse perché preso da altri ascolti. Ascoltai solamente il promo dell’album e non ne fui molto soddisfatto. Come spesso mi accade però, è proprio dagli album che all’inizio tendo ad accantonare, che ricevo le vibre più positive sulla lunga distanza.

Alla notizia della morte di Jay Dee ci rimasi davvero male e fui spinto dalla voglia irrefrenabile di dare qualche ascolto in più a quello che, a tutti gli effetti, era diventato improvvisamente il canto del cigno dell’artista. The last dance, come direbbe qualcuno… Avete presente la sensazione che si prova quando non si riesce a togliersi di dosso la voglia di sentire un disco che si ha solo assaggiato? E’ quello che mi è capitato in questo caso, segno che quegli ascolti distratti in tempi non sospetti, qualcosa avevano lasciato. L’acquisto del cd fu dunque d’obbligo. L’ascolto attento e sviscerante pure. Ebbene, credo di poter affermare che pochi album strumentali possano vantare la stessa completezza e pienezza di “Donuts”. Jay, che ovviamente non ha bisogno di presentazioni né tanto meno di una mia recensione, ci ha lasciato qualcosa di inestimabile. L’amore per la musica. Un trattato di come un album strumentale di ampio respiro dovrebbe suonare. Mai monotono, esplora l’essenza stessa del groove, creando note, suggestioni, divagazioni dalla realtà ad ogni ascolto. Ciò che mi ha colpito maggiormente sono le emozioni continuamente cangianti che una stessa traccia riesce ad offrire all’interno dell’insieme. Ogni singolo pezzo (tutti della durata più o meno di 1minuto e 30 secondi ma anche meno) cambia forma ascolto dopo ascolto. Può infatti essere apprezzato da solo, slegato dagli altri che lo procedono e lo seguono, oppure come parte di un disegno sonoro più ampio. Ogni traccia è infatti parte di un collage musicale eterogeneo e omogeneo allo stesso tempo. Una contraddizione in termini che esalta per l’ennesima volta le qualità del produttore. Ne esce il ritratto di un genio. Davvero pochi lavori strumentali possono vantare questa varietà e competenza musicale. Un disco magico, intenso, profumato.

Che si ascoltino gli Special Herbs di Doom o l’hip hop liquido di Dj Cam, alla fine l’impressione è sempre quella: una sensazione di vaga monotonia. Donuts al contrario, re-inventa le sensazioni collegabili ad un cd strumentale, ridisegnando i confini tra album strumentale e suonato nel senso “classico” del termine. Tanto per capirci, non si tratta di un lavoro alla Dj Krush o alla Alias, ma di uno più simile ai lavori strumentali di Madlib. Tuttavia si discosta da entrambe le tipologie di musica: ne esce un mosaico musicale maniacale. E’ l’eredita di Dilla, il quale per fortuna, prima di spirare ci ha lasciato altri lavori che sentiremo nel corso dell’anno, anche grazie all’etichetta Stones Throw, che si riconferma una delle etichette indipendenti americane meglio organizzate nel panorama americano. Intanto provate anche voi a dare un morso a queste ciambelle, partite da “Workinonit”, degustate “Dont’cry” (il saluto dell’artista al mondo) e concedetevi “the last donut of the night”. Sono certo che non ve ne pentirete. Riposa in pace Jay.

Psycho


Zerounotreuno
0131
(2006)

Minoia Records

 

Quando ho messo le cuffiette per ascoltare questo cd mi è subito balenato questo pensiero… Chi sono? I figli dei Gemelli Diversi? No in realtà i loro nomi sono Alessandro e G.Q. che hanno presentato il loro primo lavoro alla fine dell’anno appena trascorso ( anche se nelle mie mani l’ EP è arrivato soltanto ora ).

Le basi di questo disco sono alquanto classiche e la voce si fonde con la strumentale soprattutto con il canto, doveva essere un cd rap, sembra più un commercial, le batterie suonano assolutamente sintetiche e non riescono a conferire alla base una buona incisività ( per la gioia di chi vuole andare in disco a muoversi ) e le parti che integrano il beat sembrano fatte apposta per non far pesare o aumentare di intensità la base, eccezion fatta per qualche sprazzo di vitalità ogni tanto… Le parti dove gli artisti rappano stentano e non sono incisive, in alcune canzoni dopo un paio di strofe essi cominciano ad accelerare le rime per riuscire a “stare” dietro alla base in altre invece esce l’ influenza sullo stile Usher o Nelly, esclamando degli eh,oh,hey… e altri versi sconfusionati. La rappata in altri punti  è saltellante sulla base e porta il canto a riempire le parti mancanti di veri significati ( parti cantate che a volte assomigliano ai Cugini di Campagna in quanto a voci acute).Osservando meglio la copertina vedo che uno dei due Mcs è il conduttore del programma TRL  ( Alessandro Cattelan ) in onda su Mtv, e comincio a capire il perché di un’ orientamento così spinto verso un suono da club o da discoteca. Egli probabilmente incitato e supportato da qualche manager della suddetta stazione televisiva è stato spinto verso una direzione più ballabile dell’hip hop, che come ho detto prima sembra una parte della commercial music… mi dispiace di aver dato un giudizio così negativo ma questo cd si discosta ampiamente dai canoni ultimamente ascoltati.

Quindi concludo con questo antico detto…

NON PIACE CIO’ CHE E’ BELLO, ME E’ BELLO CIO’ CHE PIACE e quindi ad ognuno il suo… Ciao beli!

Tris

Marc Mac presents The Visioners       Dirty Old Hip Hop (2006)

BBE Records

 

Premessa: l’artista di cui si parlerà in questa breve recensione, è uno dei più importanti produttori di elettronica black degli ultimi anni. Già elettronica black…l’espressione sembra non essere più un ossimoro grazie ad artisti di questo calibro ed ai vari danger mouse, Madlib, J Dee, Mike Ladd…Da circa 15 giorni troverete in giro l'ultimo intenso lavoro di Marc Mac: Dirty Old Hip Hop o più amichevolmente: the Visioneers. Con the Visioneers” l’artista intende andare oltre agli insegnamenti ricevuti dai vari Pete Rock e Jazzy Jaff, dei quali si sente ancora immancabilmente l’influenza, portando il Jazz nelle strade dove è nato. I toni soffusi dei vari giri di piano e dei charleston utilizzati in modo magistrali in tutti i brani, si amalgamo quindi perfettamente ai beat anche molto incisivi di Marc. Il disco suona estremamente compatto e completo. Davvero un gran lavoro. Si sente la passione che il “dirty old hip hop” può riuscire ancora a trasmettere se fatto nel modo giusto. Inizialmente questo lavoro ad un orecchio poco attento, potrebbe non suonare molto diverso da un Album di Jazzy Jaff o di Dj Spinna (nei suoi lavori più melodici), ma già verso il secondo ascolto, quelloa che si riesce a percepire è un’amalgama perfetta tra gusto hiphop e jazz che, personalmente, ricordo solo in pochi dischi, almeno recentemente. Lo accosto ad esempio all’ultimo disco di Colossus, ma da questo prende anche le distanze grazie alla scelta, intelligente, di non appesantire eccessivamente le tracce con parti rappate o cantate. Miglior traccia a mio parere: Ike’s Mood per un back in the days assicurato e scanzonato. Forse la traccia più easy-listening dell’album, ma di una potenza evocativa della New York anni ’80 davvero lacrimevole. Volete l’hip hop? Prendetevi questo disco. Volete del buon Jazz? Prendetevi questo disco! Volete New York? La risposta la sapete.

Psycho

Zampa e Jack the Smoker
Il suono per resistere
(2006)

Vibrarecords

 

Un'altro artista (oltre a Fabri ma forse da come ne parlate dovrei dire il vecchio Fabri ormai) mi sta prendendo bene, sto parlando di Mr. Zampini aka Zampa. Il suo ultimo lavoro "Il suono per resistere", insieme a Jack the Smoker è un inno all'hip hop come ragione di vita, come regione geo - emozionale dove trascorrere il proprio tempo, luogo per essere sè stessi raccontando cose semplici, autentiche, esperienze che segnano il proprio mondo e quello che ci gira attorno; le basi sono curate, suonano bene (grande Jack the smoker, chi se lo ricorda al 2thebeat che grinta aveva! Nella stessa occasione in cui Esa era strafattissimo che quasi non beccava il microfono sul ring). Zampa cambia tono di voce, a volte più sporco, altre volte più pulito rappa con semplicità e coerenza; niente a che vedere con il materiale di cui sembra nutrirsi il Dogo Clan (prostitute, canne, coca, cash...), le sue storie invece sembrano essere le nostre, riflessioni sulla vita, sulla povertà, sulla gioia di trovarsi coi propri "putei", Verona, l'Adige...Consiglio a tutti di ascoltare questo lavoro! Credo non ne rimarrete delusi.
Pace

Esigenza

Prefuse 73
Surrounded by Silence
(2005)

Warp records

 

Io amo Scott Herren. Vi chiederete, ma chi è sto tipo? Vi rispondo che è un produttore. Poi vi dico Prefuse 73, e qualcuno forse capirà di chi sto parlando. Ma poco importa, io l’ho scoperto un anno fa circa, con “Surrounded by Silence”. L’impatto fu positivo, anzi, di più. Non avevo mai sentito nulla del genere. Ricordo d’averlo ascoltato in pullman. Stavo tornando da un viaggio, ma in realtà il viaggio lo intrapresi proprio nel momento in cui misi le cuffie nelle orecchie, appoggiai la testa sul finestrino e schiacciai il tasto play. Persi la cognizione del tempo, del luogo, scappai da quel "mondo di silenzio che circonda l’artista" e lo affiancai seguendolo attentamente traccia per traccia. Ovviamente non potei fare a meno di lacrimare dalla felicità quando ascoltai la traccia Hide Ya Face, con  partecipazione di EL-P e Ghostface Killah: non vi dico! Una gran sintonia tra i due MC’s di Brooklyn, se poi gente così si mette a rappare su quell’hiphop sporcato volentieri di elettronica da Prefuse, ne esce qualcosa di stupendo. Per me il disco poteva anche finire con questa traccia (definitiva), ma il suo girare incessantemente nel lettore mi regalò ulteriori emozioni, date dalla ritmica, dal caratteristico miscuglio di campioni che adotta Herren, dalle schegge melodiche che incredibilmente riesce a ricomporre in un puzzle di puro sconvolgimento nei confronti dei dogmi dell’hiphop. Le strumentali molto curate, la migliore “Gratis”. Gli interventi rappati o cantati, tutti di altissimo livello; collaborazioni di Camu in “Now you’re leaving”, Aesop Rock in “Sabbatical with options”, Masta Killa e GZA in “Just the thought”, Beans in “Morale crusher”, Claudia & Alejandra Deheza in “Pastel assassins”! Insomma, il mio primo viaggio assieme a Prefuse terminò dopo 21 splendide e piacevolissime tracce. Scesi dal pullman carico di hiphop come non mai.

Max

Sage Francis
A Healthy Distrust
(2005)

Epitaph Records

 

Da tempo non vivevo un album in maniera così profonda. Sage Francis è riuscito a farmi rabbrividire, uscendosene con “A Healthy Distrust” sotto Epitaph records, a tre anni di distanza dal suo debutto sotto la Anticon. Sage si propone completo, aggressivo e allo stesso tempo malinconico, politicamente carico e a dir poco innovativo. Amo le melodie che vanno spesso rifinendo i suoi versi, buttati sulla base in maniera incredibile, perfetta. E non parliamo delle basi, e qui entra in gioco la Anticon con Alias, che si riconosce nelle due tracce secondo me più belle: Sea Lion e Escape Artist. Ogni canzone è una sorpresa, un viaggio in un’assurda evoluzione musicale, segno di maturità e vero amore per l’hiphop. Mi chiedo, ma un artista, nel suo genere, può fare più di così? Questo album rientra nella lista dei “cancellatori del tasto avanti”, poiché ogni canzone si fa ascoltare per intero, e questo vuol proprio dire che vale la pena farsi un’idea di chi sia questo strano MC bianco di nome Sage Francis. Un mito.

Max